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Costruire? Si perde tempo. Meglio distruggere.

Il termine di un'esperienza lunga diversi mesi nel settore sociale, al fianco di persone (educatori, psicologi, grafici, fotografi e coreografi, ma anche storici e tecnici di diverso tipo) che, dire sia stato un piacere aver conosciuto è solo un eufemismo, ha contribuito all'evoluzione di molte mie riflessioni personali, lasciate spesso a se stesse, di volta in volta, in un angolo della mente. Adesso tutte queste idee si sono all'improvviso ripresentate alla mia attenzione, quasi di colpo, senza prima avvertirmi, formando innanzi a me un piccolo ma coerente puzzle.
In particolare, durante questi mesi, mi sono posto la domanda delle domande, la cui risposta avrebbe potuto avere il valore di almeno un miliardo di dollari: perché esiste il degrado in determinati ambienti..? Mi sono dato la risposta? Naturalmente no. Ma credo sia stato importante il percorso mentale che mi ha comunque aiutato a vedere delle possibili concause nella preferenza, da parte di determinati individui cosiddetti 'a rischio', della 'distruzione' rispetto alla 'costruzione'.
Provo a spiegarmi meglio. Lavorando in un difficile quartiere come quello del Borgo Nuovo di Palermo ci si rende immediatamente conto di aver a che fare con una realtà molto particolare, in cui vi è molto di socialmente positivo ma anche tanto di negativo, quasi in un'estremizzazione e amplificazione di quanto possa essere percepito come negativo all'interno della complessiva società in cui siamo chiamati a vivere e ad operare. E' immediatamente evidente il degrado ambientale, figlio legittimo di condizioni sociali spesso estreme, che riguarda anche i locali dei centri d'accoglienza ed educazione del quartiere sopra citato, degrado che vede responsabili sì le istituzioni che, sicuramente, tardano e latitano nel momento in cui deve essere messo apposto qualcosa in simili contesti, non solo fisicamente ma anche nella gestione e nell'approccio verso determinate realtà sociali. Ma il problema è che quei disastri sono stati comunque compiuti. Quelle porte perforate, portoni distrutti, servizi igienici maleodoranti e malfunzionanti, finestre spaccate, solai disintegrati, macchine distributrici di caffè, bevande e merendine resi un cumulo di vetro infranto... sono di fatto stati danneggiati, volontariamente, da teppisti del luogo, forse anche dagli stessi frequentatori dei centri aggregativi verso cui è rivolta tale violenza. Sostituire o riparare di volta in volta gli oggetti danneggiati, che torneranno ad essere danneggiati in pochissimo tempo, è solo un evidente palliativo, oltre che una spesa immane di denaro pubblico, e certamente non può dunque risolvere il problema. Di contro, avviare un processo educativo che sia in grado di far crescere in un modo alternativo dei soggetti con indole distruttiva appare arduo, e talvolta impossibile. Qui entrano certamente in ballo i modelli culturali differenti di chi vorrebbe impartire un tipo di educazione e chi invece ha già di suo degli standard educativi di altro tipo, dettati dal rispettivo ambito familiare o comunque quotidiano. Ma qui, forse con poca scientificità accademica, si sta tentando di vedere la questione sotto un altro punto di vista: i soggetti 'distruttivi' di cui si sta parlando tendono al rifiuto di un incoraggiamento ad un atteggiamento socialmente costruttivo, secondo regole fondamentali che riguardano le basi della nostra comune società, non di un'altra. Qui non si sta trattando di una scuola intenzionata ad insegnare la lingua italiana a chi in casa ha sempre parlato il siciliano, ma di un incoraggiamento, per mezzo di attività particolari quali il ballo, la passeggiata per monumenti o la creazione di modellini, alla cooperazione reciproca verso l'idea di un bene comune che riguardi non solo il proprio raggio familiare o di conoscenze ma la società in cui si vive e ai quali margini, al momento, si vive.
Le risposte che autonomamente sono riuscito a darmi possono rasentare la scontatezza, se non addirittura l'inopportunità, ma desidero ugualmente esporle, lasciando di certo spalancata la porta del dibattito e del confronto a chi vorrà dare il proprio contributo. Vi prego comunque di seguire il mio ragionamento.
Mi sembra di intravedere il fulcro dell'opposizione 'distruggere vs costruire' nel tema della 'fretta', della frenesia, del tempo che si accorcia e che si rivolge sempre di più a termini di breve scadenza, tralasciando quasi del tutto ciò che non riguarda un risultato temporalmente a noi adiacente. La società 'occidentale' (termine che detesto ma che costituisce ormai il più riconosciuto calderone semantico entro cui far bollire tutta una serie di aggettivi e di indiscriminati luoghi comuni) ha adottato a pieno titolo la legge della 'fretta', e questo non per chissà quale colpa o scelta deliberata e scellerata, ma per l'ovvio evolversi delle tecnologie che da un lato semplificano sì l'esistenza, ma dall'alto riescono a creare un affollamento di priorità molto denso all'interno della singola vita di ogni individuo, proprio perché, portando a termine un lavoro o una qualsiasi altra attività in tempi sempre più ristretti, rimane del tempo in avanzo che deve pur sempre essere impiegato in nuove attività, prima impensabili, innescando un processo di accelerazione degli affari, degli impegni, dei termini di scadenza, e dunque proprio la percezione di un accorciamento del nostro tempo. Ciò può rispecchiarsi nel desiderio e nella ricerca di un fine che possa essere raggiunto il più presto possibile, qualsiasi sia la conseguenza a lungo termine alla quale si penserà a tempo debito, in un eterno rinvio di responsabilità. La tecnologia riguarda ricchi e poveri, talvolta con poche differenze: anche un disoccupato medio potrebbe benissimo considerare indispensabile acquistare, talvolta perfino con l'accumulo di debiti a suo carico, un telefono cellulare d'ultima generazione, poichè la comunicazione mediatica 'impone' quel determinato oggetto come indispensabile all'emancipazione sociale dell'individuo, se non addirittura alla sua stessa vita. Tale emancipazione arriverà certamente dal punto di vista dell'evoluzione tecnologica verso orizzonti sempre più avanzati, ma non darà al soggetto gli spunti necessari per poter finalmente vivere su un gradino sociale più alto come invece desidererebbe, soltanto per il fatto di avere in tasca un oggetto ad altissima tecnologia. Viviamo dunque in un mondo che ci permette di accorciare i tempi di una qualsiasi attività e di vedere un risultato immediato, e le classi sociali più povere ed emarginate non sono esenti da tale processo. Siamo ormai tutti assuefatti da questo modo di intendere il tempo. Il risultato immediato di un'opera viene percepito come l'unico bene possibile e non viene messa in conto alcuna conseguenza, pur conosciuta o intuita, di un atto che possa invece causare un danno che si ripercuoterà all'interno della nostra realtà solo più tardi. Ed è per questo che ci si può ricollegare all'opposizione 'distruggere vs costruire': la distruzione di qualcosa già esistente può dare un risultato immediato, in cui l'energia viene impegnata tutta e subito, in un atto fulmineo che non dà modo al pensiero di volgersi alle sue conseguenze successive, a lungo termine. Costruire qualcosa richiede invece dedizione, pazienza, attenzione, cura... e soprattutto tempo, ovvero ciò che ormai scarseggia o manca del tutto. Il 'tutto e subito' è dedito alla distruzione, alla conseguenza calcolata ma lontana da noi, se non temporalmente, almeno idealmente, in una dimensione spazio-temporale mentale.
Il fine distruttivo può essere letto, nei metodi e negli esiti, su scala differente, secondo il contesto cui applichiamo la stessa chiave di lettura: circostanze che hanno portato del benessere immediato, dopo un certo numero di decenni hanno portato l'Europa alla tremenda crisi che stiamo vivendo. Un uomo d'affari è in grado di dedicare la propria vita, meta dopo meta, alla propria carriera lavorativa, con promozioni e aumenti di stipendio, non rendendosi conto di distruggere gradualemte e contemporaneamente, dopo anni di perseveranza, la propria famiglia, che ha bisogno di lui come marito e come padre. Per un ragazzo soggetto a particolari sollecitazioni familiari e sociali, la distruzione di una porta in legno leggero e cartone, presa a calci e a colpi di sedia, può dare una sensazione di sfogo che nell'immediato soddisfa l'individuo e lo fa star bene con se stesso, valorizzandolo agli occhi del compagno che lo osserva come chi ha un potere che lo pone al di sopra di chi non ha la forza o il coraggio di fare ciò che sta facendo lui. Così rimane una porta distrutta, inutilizzabile perfino dal suo distruttore. Dunque l'opposizione 'distruggere vs costruire' può collegarsi anche a 'tempo breve vs tempo lungo', ma anche a 'impazienza vs pazienza' o 'cecità vs lungimiranza': chi è lungimirante ha la pazienza di dedicare il proprio tempo alla costruzione di qualcosa di solido che guardi ad un maggior bene futuro, piuttosto che ad un accontentarsi immediato e desideroso di una soddisfazione immediata, incapace di vedere un futuro costruttivo.

Lettura forzata? Possibile. Ma ciò che credo è che se il paradigma di 'valori' di un ragazzo che ha conosciuto soltanto determinati contesti di vita (in cui spiccano violenza, sopraffazione e, in casi come questo, povertà) viene sollecitato da determinate condizioni socio-culturali a più ampio raggio, come la percezione del tempo, allora è possibile che si ottenga un esito comportamentale che si avvicini ai casi limite cui ho fatto cenno e che ho avuto la possibilità di guardare faccia a faccia con gli occhi sì di un antropologo, ma anche con il rammarico di chi vive in una città come Palermo e vorrebbe vederla, con grande pazienza, un po' diversa.

Pubblicato il 23/12/2011 alle 10.19 nella rubrica Pillole.

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