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L'orientamento smarrito

Ogni qualvolta l'uomo rimane incerto sul raggiungimento di un obiettivo, egli si perde nello sconfinato mare dell'esistere. Naufraga, è alla deriva. La vita, dopotutto, è necessariamente costituita da obiettivi che ne scandiscano l'andamento, seppur in gran parte in maniera irregolare. Essi, dalla più o meno breve o lunga scadenza, rendono di continuo l'uomo capace di un travaglio e di una rinascita, insieme individuale e sociale, o forse individuale proprio in quanto sociale: un travaglio dovuto per raggiungere una gioia. Non è solo la mera condizione dell'uomo: è il suo stesso vivere. Penare per il raggiungimento di un obiettivo e, raggiunto, tornare a vivere. E in ciò vi si potrebbe trovare una spiegazione antropologica o perfino teologica o storico-religiosa: basti pensare a quanto l'uomo abbia basato le sue culture sulla ciclicità temporale, materializzandola in segni e simboli che hanno pervaso e pervadono tuttora la sua quotidianità. Lo stesso Cristo è colui che, disceso dal cielo, sin dal principio ha avuto l'obiettivo della sua sofferenza e morte, raggiunte le quali avrebbe goduto della gioia senza fine della resurrezione. Il mito di Demetra e Kòre non è che quello più vicino a noi siciliani, in cui le messi tornano a germogliare dopo un periodo oscuro di silenzio, di freddo, di morte.
Quando, dunque, nella percezione umana dello scorrere vitale s'interrompe tale irregolare sequenza metrica, o quando essa presenta degli intervalli talmente lunghi e indefinibili da non poter essere previsti, l'uomo entra in una sorta di stallo: è bloccato, diventa per lui impossibile orientarsi nel fluire continuo delle acque della sua vita. E rimane fermo, immobile, in balìa di intemperie il cui vento soffia in tutte le direzioni, così che diventi impossibile assecondarlo.

«Ego si era svegliato con una indefinita sensazione di disagio che pervadeva estesa il torpore inquieto dei suoi pensieri. Percepiva sognati pezzi di un puzzle confuso di cui gli sfuggiva il senso. Era come se dovesse partire per un lungo viaggio ma, nel non sapere per dove e per quando, navigava disancorato e senza bussola. Sentiva il suo io disperso, staccato da sé, volitare passim, come una mariposa». A. Buttitta, in Antropologia dell'Occidente, Meltemi, Roma, 2003, p. 41.


Pubblicato il 20/7/2011 alle 18.17 nella rubrica Pillole.

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