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Il siciliano a scuola: speranze e timori

La Regione Siciliana approva definitivamente l'introduzione dell'insegnamento di storia, lingua e letteratura siciliana nelle scuole, dalle elementari alle superiori (QUI l'articolo di Repubblica).

Ehmbé? Cosa c'è di male?
Molti ribattono, contrari all'iniziativa, dicendo che in questo modo si darebbe in effetti spazio a concezioni regionaliste, di contro ad una maggior apertura verso ciò che - si vuole far credere - sia la naturale evoluzione della società euro-occidentale, ovvero l'unione, anche e soprattutto politica, tra le diverse entità linguistico-territoriali che la compongono. Ma un esempio che contraddice nettamente tali opposizioni può essere facilmente riscontrato in quello della Catalogna, dove il catalano viene regolarmente insegnato da decenni senza che la regione spagnola sia minimamente percepita, dai suoi abitanti ma anche da chi la osserva da fuori, come qualcosa di 'alieno' allo scorrere della vita europea, o almeno non più della Svizzera, che dell'UE nemmeno fa parte.
Dunque, chi decide se una lingua debba o non debba essere istituzionalmente riconosciuta? Naturalmente la politica, se non già gli stessi cittadini che pressano in maniera particolare perché questa venga adeguatamente ufficializzata, conservata e valorizzata. L'UNESCO riconosce il siciliano (insieme al sardo o al napoletano) come lingua già da diverso tempo, nonostante non sia ad oggi possibile individuare uno e un solo siciliano, vista la grande varietà di dialetti al suo interno. Ricordiamo, tra l'altro, l'importante lotta sostenuta da talune comunità alloglotte perché la propria lingua fosse riconosciuta come tale anche a livello istituzionale nazionale, in seguito a cui «pare [...] non si verifichi alcuna forma di omologazione, ma si assiste alla nascita di quella speciale connessione chiamata Glocalism in cui si incontrano il locale e il globale, coniugando etnicismi e globalizzazione» (Giacomarra M.G., Condizioni di minoranza oggi, A.C. Mirror, Palermo, 2003, p. 48). Risulterebbe quindi molto interessante lo studio delle motivazioni per cui, quando si parla di 'lingua siciliana', nascano così tante obiezioni, soprattutto e paradossalmente proprio da parte di alcuni siciliani.

Ma il pericolo di una omologazione del siciliano, nonostante la legge regionale varata, comunque c'è, e va tenuta in considerazione affinché si possa evitare di trovarci nelle stesse condizioni in cui si trova oggi lo studio scolastico-accademico del latino. Il latino è infatti una lingua notoriamente in disuso (sebbene risulti ancora come la lingua ufficiale della Città del Vaticano), nonostante sia da sempre studiata e adoperata in ambito commerciale anche dopo la sua sostanziale scomparsa, chiarendo anche qui che non è mai realmente esistita una e una sola lingua latina ma numerosissime varianti locali. Il latino 'standard' è stato regolarizzato sulla base di varianti adoperate da determinate classi sociali latinofone, ma è probabile che la lingua risultante non fosse poi granché compresa da chi il latino lo viveva quotidianamente. In fondo proprio noi, oggi, possiamo dire di vivere, in qualche modo, la lingua latina nelle sue evoluzioni linguistiche o inter-linguistiche, senza dimenticare che le lingue neo-latine non sono altro che una serie di adattamenti e trasformazioni delle lingue e dei dialetti latini adoperati, per intenderci, durante il periodo imperiale romano. Le lingue neolatine, insomma, sono l'evoluzione del latino, per cui è possibile dire che quest'ultimo non sia 'morto' ma si sia adattato a tutta una serie di circostanze sociali, politiche ed economiche.
Ma ogni lingua standardizzata, compreso quello che chiamiamo 'italiano standard', in effetti non è che la regolarizzazione di una lingua, ovvero la cristallizzazione di un idioma che non ha un reale riscontro nella parlata adoperata nei diversi àmbiti sociali italiani ma ne è solo una plurima derivazione, rinchiusa in regole comuni affinché sia compresa da tutti coloro che fanno parte di quella che siamo abituati a chiamare 'comunità dei cittadini' di uno Stato.

Ma tornando alla possibile omologazione del siciliano, nonostante la nuova legge in materia, vi è dunque da dire che non è di certo grazie a questo provvedimento che si mette un'ipoteca sulla salvaguardia del siciliano. Anch'esso, per poter essere insegnato, deve prima di tutto essere messo sotto una standardizzazione regolatrice, standardizzazione che implicherà senza dubbio già di suo un distacco dal siciliano o, meglio, dai siciliani realmente parlati nelle diverse zone geografiche della Sicilia. Inoltre, la salvaguardia di questo nuovo 'siciliano standard' non potrà esimersi dal basarsi su due fondamentali colonne portanti: l'apporto scientifico accademico e l'inserimento del nuovo idioma anche in abito pubblico, istituzionale e mediatico, così che il parlante abbia a che fare quotidianamente con esso, divenendo per lui 'normalità' come 'normalità' è diventato l'italiano insegnato all'indomani dell'unità d'Italia nelle scuole del nuovo Stato. Perché di questo si tratterebbe: di insegnare una lingua che, ad oggi, non esiste ancora, come non esisteva l'italiano prima della sua stabilizzazione e regolarizzazione, nonostante quest'ultimo sia derivato da una variante letteraria fiorentina considerata 'aulica' dagli intellettuali di tutto lo Stivale.

Il lavoro da fare, dunque, perché il siciliano diventi (o torni ad essere, in qualche modo) a tutti gli effetti una lingua, è considerevole. La speranza è quella che una legge come quella varata dalla Regione Siciliana non sia che un propositivo inizio affinché un idioma che ha 'rischiato' di diventare in illo tempore una lingua nazionale non venga invece paradossalmente e definitivamente archiviato dall'inesorabile corso della storia.

Pubblicato il 24/5/2011 alle 9.36 nella rubrica Politica.

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