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Laurentius
Il blog di Lorenzo Mercurio


Politica


16 giugno 2011

17 giugno 1945: muore Antonio Canepa e la storia lo dimentica

Brano tratto dalla tesi di laurea specialistica in Antropologia Culturale ed Etnologia di Lorenzo Mercurio, dal titolo "La catena infrangibile. Storia, simboli e comunicazione politica dell'indipendentismo siciliano".

Antonio Canepa e l’eccidio di ‘Murazzu Ruttu’


Nel periodo in cui la Sicilia tornò al governo italiano di Badoglio per mano degli Alleati, a maggior ragione in seguito alla strage di via Maqueda (19 ottobre 1944), crebbe la tensione da parte di tutte le parti politiche allora protagoniste. Il separatismo fu messo alle strette dai provvedimenti istituzionali dello Stato italiano, ma anche dall’informazione mediatica data in primis dalla grande diffusione delle testate appartenenti a partiti politici filo-unitari.

Fu in questo contesto che emerse la figura di Antonio Canepa, dirigente del giornale clandestino Sicilia Indipendente, organo del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, con lo pseudonimo di Mario Turri. Egli «insegnava a Catania ed è morto [a Randazzo] in provincia di Catania ma non fu catanese. Nacque a Palermo nel 1908 e visse a Palermo almeno fino al 1930, quando conseguì la laurea [in giurisprudenza] con 110 e lode. Poi fu errante per l’Italia e alla fine approdò a Catania»[1]. Antifascista e partigiano, con buoni rapporti con i comunisti, ideatore di un attentato a Mussolini e di un colpo di stato alla Repubblica di San Marino con il fine di renderla una roccaforte antifascista – tentativi falliti entrambi sul nascere[2] – tornò in Sicilia per sostenere in prima linea il separatismo all’interno del MIS.

Come ricorda Francesco Renda[3], l’avvocato Canepa

«fu [...] di famiglia palermitana che apparteneva alla classe dominante siciliana. Il padre, Pietro, professore universitario, aveva sposato la nobil donna Teresa, sorella dell’onorevole Antonino Pecoraro, deputato del partito popolare. Se Antonio non fosse morto all' età di 36 anni, [avrebbe avuto] tutte le connotazioni essenziali per fare carriera politica. La famiglia Pecoraro era una potente famiglia politica e con quella famiglia era o si sarebbe imparentato anche l’ onorevole Franco Restivo, presidente della Regione e ministro dell’Interno della Repubblica italiana. Lungo una linea immaginaria possiamo collocare Antonio Canepa nipote di Antonino Pecoraro e parente di Franco Restivo. Canepa aveva pure la dote intellettuale come il padre e come Restivo di far parte dell' intelligentia siciliana. Ne faceva parte come studioso e come docente universitario, e nuovamente è da ripetere che, se avesse vissuto una vita normale, come aveva scritto sulla Storia e dottrina del sistema fascista e La Sicilia ai Siciliani, certamente si sarebbe impegnato in altri studi di dottrina politica. La biografia storica di Antonio Canepa tuttavia non può essere fondata sui ‘se’. Anche di lui è da dire ‘suae quisque fortunae faber’. Scelse di fare il capo guerrigliero senza averne le doti e la preparazione politica e militare. Scelse di essere il fondatore dell'Esercito Volontari per l’ Indipendenza della Sicilia, e fu quello l’errore fatale della sua vita»[4].

Se però è vero che nei primi anni ’30 Canepa ideò e partecipò ad azioni partigiane antifasciste a Roma e a San Marino, è presumibile una sua non totale estraneità alla lotta armata, al contrario di quanto afferma Renda nel suo articolo.

Riguardo al periodo di nascita effettiva dell’EVIS, anche qui non esiste una testimonianza univoca. Secondo una versione, esso fu costituito nel « maggio 1945 »[5], quando già da mesi i separatisti erano «eliminati dai pubblici impieghi, venivano braccati in ogni serie di vessazioni, ministeriali, prefettizie e municipali»[6], come scrisse l’avvocato separatista Raffaele Di Martino nell’ottobre 1945, parlando dell’EVIS come di un «fenomeno spontaneo e addirittura [...] in contrasto con le direttive dei dirigenti del MIS»[7]. Al contrario, il primo numero del giornale Sicilia Indipendente, diretto proprio da Canepa – oltre che da lui ideato e, probabilmente, da lui in toto redatto –, parlava di un incontro avvenuto tra lo stesso Canepa e Finocchiaro Aprile, con il titolo Mario Turri ricevuto da Finocchiaro Aprile, recante la data del 18 novembre 1944, ovvero nemmeno un mese dopo la strage di via Maqueda. L’articolo recitava: «Nel pomeriggio di ieri, Andrea Finocchiaro Aprile ha ricevuto Mario Turri, reduce dall’Italia Settentrionale, il quale gli ha portato il saluto ed il consenso degli italiani là residenti. Il colloquio si è protratto per circa due ore. Sono stati esaminati e discussi alcuni problemi concernenti le organizzazioni del movimento. Un compito particolarmente delicato, su cui per ora va mantenuto il riserbo, è stato affidato a Mario Turri»[8]. Da questa cronaca si può evincere che l’EVIS fu già in via di costituzione alla fine del ’44 e la notizia non venne smentita dal secondo interessato, Finocchiaro Aprile, dalla cui parte vi fu, piuttosto, una sorta di ‘silenzio-assenso’. Ma è anche Di Matteo che conferma la tesi dell’inizio delle operazioni dell’EVIS alla fine di quell’anno: «fu alla fine del 1944 che Canepa cominciò a dare concreta attuazione al vagheggiato disegno della organizzazione della guerriglia nel Catanese, fase di un più vasto piano insurrezionale, che prevedeva la creazione di sedici forti raggruppamenti armati dislocati in tutte le zone dell’Isola, i quali avrebbero dovuto entrare in azione nell’autunno successivo»[9], fissando il proprio quartier generale nel bosco di Sambuchello, nel territorio del comune di Cesarò (ME).

Principale vivaio del costituente EVIS fu la Lega Giovanile Separatista, guidata dal catanese Guglielmo Paternò, duca di Carcaci – diventato successivamente comandante evista –, in cui fu già da prima istituita la formazione paramilitare della ‘Guardia alla bandiera’, destinata con tutta probabilità a divenire di per sé una milizia armata[10]; Canepa fu invece nominato colonnello dai dirigenti separatisti, anche se fu effettivamente lui ad avere il reale potere organizzativo. Furono così costituite due brigate principali, i cui capi operativi «furono Antonio Canepa e Concetto Gallo per la Sicilia Orientale (Brigata Etna) e Attilio Castrogiovanni per la Sicilia Occidentale (Brigata Palermo)»[11].

L’avvocato-guerrigliero, però, non rimase a lungo al comando delle truppe eviste, poiché all’età di 36 anni, il 17 giugno 1945, insieme a dei giovanissimi compagni – Carmelo Rosano, studente universitario in Economia di 22 anni, e Giuseppe Lo Giudice, liceale di 18 anni –, venne assassinato nella contrada Murazzu Ruttu del paese di Randazzo (CT) dagli spari di una pattuglia di carabinieri. Anche questo avvenimento fu coperto da un alone di mistero: «Erano in [tutto] sei i separatisti [...] in motofurgone “Guzzi 500-EN 234”: Antonio Canepa [...], Carmelo Rosano [...], Giuseppe Amato [...], Armando Romano [...], Giuseppe Lo Giudice [...], Antonio Velis [...]. Si dirigevano da Brolo [(ME)] a Francavilla [(ME)] [...] per rilevare una quantità di armi [...]. In località Murazzo Rotto, alle porte di Randazzo (CT), i separatisti si imbatterono in una pattuglia di carabinieri. [...] Si venne alle armi: il maresciallo e i carabinieri riportarono lievi ferite, Lo Giudice e Romano rimasero a terra feriti, Velis riuscì a farla franca, Amato a guida del motofurgone trascinò i compagni Rosano e Canepa fino al centro abitato, ove abbandonò il mezzo con i due moribondi. Canepa, Rosano e Lo Giudice morirono, ed insieme ai loro cadaveri fu mandato al cimitero di Ionia (Giarre-Riposto, [CT]) anche Romano, che morto non era. [...] Fu fortuna che il custode del cimitero, sollevati i coperchi delle bare, si accorse che uno di essi respirava ancora. Romano fu così salvato»[12]. Ciò che rimane tuttoggi nell’ombra sono una serie di importanti dettagli sulle circostanze in cui avvennero gli assassinî di quelli che, oltre al professor Canepa, furono dei giovani studenti universitari e liceali, ovvero: «lo scontro fu un’imboscata tesa ai separatisti? E da chi i carabinieri ebbero la ‘soffiata’? O fu il caso a determinare la tragedia? Come mai un uomo vivo venne chiuso in bara? »[13]. Com’era prevedibile, « la notizia della tragedia gettò scompiglio nelle file separatiste: sconforto e rabbia. Il comando dell’EVIS fu assunto da Concetto Gallo, che si fece chiamare Secondo Turri»[14], con conseguenti rimostranze armate organizzate al fine di occupare caserme e zone militari, come denunciò Salvatore Aldisio in un comunicato che espresse viva preoccupazione per il timore di una vera e propria insurrezione armata separatista[15].

Nel luogo dell’eccidio oggi sorge una stele che ricorda la morte dei tre guerriglieri evisti, meta di pellegrinaggi annuali, in occasione della ricorrenza, da parte dei componenti di movimenti separatisti e autonomisti odierni.





[1] Renda F., Canepa, il separatista intellettuale e guerrigliero, in “La Repubblica” del 5 agosto, pp.
1-2, sezione Palermo, 2008, p. 1

[2] Cfr. Carruba L., Antonio Canepa e il separatismo siciliano, Amando Riesi ed., San Cataldo (CL), 2008, pp. 17-19

[3] Storico e politico palermitano del Partito Comunista Italiano

[4] Renda F., 2008, p.1

    [5] Di Martino R., in Carruba L., 2008, p. 75

[6] Ibidem

[7] Ibidem

[8] Ivi, p. 101

[9] Di Matteo S., Anni roventi. La Sicilia dal 1943 al 1947, G. Denaro ed., Palermo, 1967, p. 404

[10] Cfr. Carruba L., 2007, p. 102

[11] Attanasio S., in Barletta G., Attilio Castrogiovanni: l’uomo della rabbia, ed. La Rocca, Riposto (CT), 2008, p. 43

[12] Barletta G., 2008, pp. 61-62

[13] Ivi, p. 62

[14] Ibidem

[15] Cfr. ivi, pp. 62-63




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24 maggio 2011

Il siciliano a scuola: speranze e timori

La Regione Siciliana approva definitivamente l'introduzione dell'insegnamento di storia, lingua e letteratura siciliana nelle scuole, dalle elementari alle superiori (QUI l'articolo di Repubblica).

Ehmbé? Cosa c'è di male?
Molti ribattono, contrari all'iniziativa, dicendo che in questo modo si darebbe in effetti spazio a concezioni regionaliste, di contro ad una maggior apertura verso ciò che - si vuole far credere - sia la naturale evoluzione della società euro-occidentale, ovvero l'unione, anche e soprattutto politica, tra le diverse entità linguistico-territoriali che la compongono. Ma un esempio che contraddice nettamente tali opposizioni può essere facilmente riscontrato in quello della Catalogna, dove il catalano viene regolarmente insegnato da decenni senza che la regione spagnola sia minimamente percepita, dai suoi abitanti ma anche da chi la osserva da fuori, come qualcosa di 'alieno' allo scorrere della vita europea, o almeno non più della Svizzera, che dell'UE nemmeno fa parte.
Dunque, chi decide se una lingua debba o non debba essere istituzionalmente riconosciuta? Naturalmente la politica, se non già gli stessi cittadini che pressano in maniera particolare perché questa venga adeguatamente ufficializzata, conservata e valorizzata. L'UNESCO riconosce il siciliano (insieme al sardo o al napoletano) come lingua già da diverso tempo, nonostante non sia ad oggi possibile individuare uno e un solo siciliano, vista la grande varietà di dialetti al suo interno. Ricordiamo, tra l'altro, l'importante lotta sostenuta da talune comunità alloglotte perché la propria lingua fosse riconosciuta come tale anche a livello istituzionale nazionale, in seguito a cui «pare [...] non si verifichi alcuna forma di omologazione, ma si assiste alla nascita di quella speciale connessione chiamata Glocalism in cui si incontrano il locale e il globale, coniugando etnicismi e globalizzazione» (Giacomarra M.G., Condizioni di minoranza oggi, A.C. Mirror, Palermo, 2003, p. 48). Risulterebbe quindi molto interessante lo studio delle motivazioni per cui, quando si parla di 'lingua siciliana', nascano così tante obiezioni, soprattutto e paradossalmente proprio da parte di alcuni siciliani.

Ma il pericolo di una omologazione del siciliano, nonostante la legge regionale varata, comunque c'è, e va tenuta in considerazione affinché si possa evitare di trovarci nelle stesse condizioni in cui si trova oggi lo studio scolastico-accademico del latino. Il latino è infatti una lingua notoriamente in disuso (sebbene risulti ancora come la lingua ufficiale della Città del Vaticano), nonostante sia da sempre studiata e adoperata in ambito commerciale anche dopo la sua sostanziale scomparsa, chiarendo anche qui che non è mai realmente esistita una e una sola lingua latina ma numerosissime varianti locali. Il latino 'standard' è stato regolarizzato sulla base di varianti adoperate da determinate classi sociali latinofone, ma è probabile che la lingua risultante non fosse poi granché compresa da chi il latino lo viveva quotidianamente. In fondo proprio noi, oggi, possiamo dire di vivere, in qualche modo, la lingua latina nelle sue evoluzioni linguistiche o inter-linguistiche, senza dimenticare che le lingue neo-latine non sono altro che una serie di adattamenti e trasformazioni delle lingue e dei dialetti latini adoperati, per intenderci, durante il periodo imperiale romano. Le lingue neolatine, insomma, sono l'evoluzione del latino, per cui è possibile dire che quest'ultimo non sia 'morto' ma si sia adattato a tutta una serie di circostanze sociali, politiche ed economiche.
Ma ogni lingua standardizzata, compreso quello che chiamiamo 'italiano standard', in effetti non è che la regolarizzazione di una lingua, ovvero la cristallizzazione di un idioma che non ha un reale riscontro nella parlata adoperata nei diversi àmbiti sociali italiani ma ne è solo una plurima derivazione, rinchiusa in regole comuni affinché sia compresa da tutti coloro che fanno parte di quella che siamo abituati a chiamare 'comunità dei cittadini' di uno Stato.

Ma tornando alla possibile omologazione del siciliano, nonostante la nuova legge in materia, vi è dunque da dire che non è di certo grazie a questo provvedimento che si mette un'ipoteca sulla salvaguardia del siciliano. Anch'esso, per poter essere insegnato, deve prima di tutto essere messo sotto una standardizzazione regolatrice, standardizzazione che implicherà senza dubbio già di suo un distacco dal siciliano o, meglio, dai siciliani realmente parlati nelle diverse zone geografiche della Sicilia. Inoltre, la salvaguardia di questo nuovo 'siciliano standard' non potrà esimersi dal basarsi su due fondamentali colonne portanti: l'apporto scientifico accademico e l'inserimento del nuovo idioma anche in abito pubblico, istituzionale e mediatico, così che il parlante abbia a che fare quotidianamente con esso, divenendo per lui 'normalità' come 'normalità' è diventato l'italiano insegnato all'indomani dell'unità d'Italia nelle scuole del nuovo Stato. Perché di questo si tratterebbe: di insegnare una lingua che, ad oggi, non esiste ancora, come non esisteva l'italiano prima della sua stabilizzazione e regolarizzazione, nonostante quest'ultimo sia derivato da una variante letteraria fiorentina considerata 'aulica' dagli intellettuali di tutto lo Stivale.

Il lavoro da fare, dunque, perché il siciliano diventi (o torni ad essere, in qualche modo) a tutti gli effetti una lingua, è considerevole. La speranza è quella che una legge come quella varata dalla Regione Siciliana non sia che un propositivo inizio affinché un idioma che ha 'rischiato' di diventare in illo tempore una lingua nazionale non venga invece paradossalmente e definitivamente archiviato dall'inesorabile corso della storia.




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5 dicembre 2010

L'osmosi mafia-Italia: breve excursus

L'osmosi mafia-Italia: breve excursus

 

     Si parla molto, in questi ultimi tempi, delle relazioni mafia-Stato, di cosa ci sia stato realmente dietro tutta quella serie di avvenimenti drammatici come le stragi di Capaci e di via D'Amelio, ma anche di Firenze, contornate da omicidi eccellenti come quello di Salvo Lima, insieme a clamorose successive catture quali quelle di Riina o Brusca. Tutto ciò sembra ormai appartenere alla storia e abbiamo poca cognizione del fatto che tali avvenimenti si siano verificati non in un indefinito passato che ormai non ci tocca più, ma solo meno di 20 anni fa.
     Sarà forse da alcuni considerato un difetto del sottoscritto, quello di voler a tutti i costi trovare una spiegazione che non sia fine a se stessa ma che segua una linea contestuale anche cronologica e storica, per la spiegazione del presente o di un qualsivoglia periodo storico, ma è proprio questo il fine che vorrei prefiggermi anche adesso. Tra la mafia e lo Stato italiano si parla di possibili accordi tra gli anni '80 e gli anni '90, ed è su questo periodo che si concentrano i processi ancora oggi in atto nell'intento di scoprire quali personalità fossero realmente implicate in un tale retroscena politico, ed è ovvio che ci si concentri su periodi di tempo relativamente recenti, dato che se volessimo scavare ancor più nel profondo troveremmo solo cadaveri, di uomini e politici loschi e ambigui forse, ma pur sempre ormai ben poco punibili perché defunti. Ma l'alleanza mafia-Stato italiano riguarda soltanto il ventennio degli anni '80-'90... o piuttosto è qualcosa che affonda le proprie radici in periodi di tempo ben più datati? Perché la mafia ha attecchito in territori quali la Sicilia, la Calabria, la Campania, la Puglia? Come mai sembra si tratti di qualcosa di inestirpabile, nonostante i vari e vittoriosi sbandieramenti susseguitisi nelle diverse epoche storiche italiane dall'unità fino ad oggi? Si tratta davvero di un fattore culturale, che implicherebbe il fatto che la 'mafiosità' sia un fattore endemico di determinate popolazioni come quelle dell'odierno sud-Italia? Eppure l'organizzazione fuori-legge, ovvero che esiste e compie le proprie azioni al di fuori della giurisdizione legislativa di uno Stato che a sua volta non tollera tale defezione, non esiste né è mai esistita soltanto in quei territori che siamo abituati a pensare come le 'patrie' della malavita organizzata, ovvero il sud-Italia, per l'appunto. Per questo appare improbabile indicare le popolazioni sud-italiane come 'antropologicamente delinquenti', per citare un discutibile antropologo al quale è per giunta stato dedicato un intero museo a Torino, proprio di recente: Cesare Lombroso.
     Siamo stati abituati, come siciliani, a credere di essere mafiosi inside, di appartenere ad un ceppo culturale (se non addirittura 'genetico') di dubbia moralità, quando è più probabile che fattori e concezioni culturali di un certo tipo (mi viene in mente, ad esempio, l'estrema importanza dell'onore personale) derivino da semplici stati e contesti di vita differenti rispetto a quella cultura che, dal di fuori, è venuta a giudicarci e a porre i propri parametri come gli unici Giusti e Veri, all’indomani dell’unità d’Italia.
     I territori resi italiani dai così detti 'Fratelli d'Italia' non hanno gradito più di tanto il cambio di signoria, a maggior ragione se consideriamo le varie e mai mantenute promesse garibaldine di rendere la Sicilia un territorio privo di latifondismo, quando per garantire il latifondo inglese furono perpretate orribili stragi come quella di Bronte, nel Catanese, ad opera del garibaldino Nino Bixio, a sua volta inviato proprio da Garibaldi. Lo stesso 'eroe dei due mondi' non ha avuto difficoltà ad affermare di aver arruolato nelle proprie file di camicie rosse assassini, tagliagole e feccia varia, gente che non avesse nulla da perdere ma tutto da guadagnare dalla spedizione che vedeva il Piemonte invadere la Sicilia sotto il controllo delle flotte di Sua Maestà Britannica, per estirpare alla radice il pericolo che l'allora Regno delle Due Sicilie avrebbe potuto procurare per l'economia ed i commerci inglesi nel Mediterraneo. L'allora debole e disgregata mafia agricola (il cui nome popolare in Sicilia era in realtà 'camorra', da cui deriva l'espressione di disapprovazione "Sì na camorrìa!", ovvero "Sei una scocciatura!": e da qui si nota già a priori la connotazione negativa del fenomeno mafioso anche dal punto di vista popolare) viene dunque a rimpinguare le file dei soldati dalle camicie rosse, e non mancherà di certo un adeguato compenso per questo importante apporto: la mafia agricola cessa di essere solo un pugno disorganizzato di despoti locali ed ha la possibilità, in seguito alla vittoria garibaldina (e quindi anche sua), di creare indisturbata una propria struttura, atta al guadagno sempre maggiore di cospicui capitali e, dunque, di potere, in seguito alla sempre più autorevole libertà di agire da parte del nuovo Stato italiano. La mafia diventa così una finta oppositrice da demonizzare, ed è così che lo Stato assume nello stesso momento una connotazione positiva: come la ricchezza non esisterebbe senza la povertà, la 'bontà' dello Stato, in territori come la Sicilia, non esisterebbe senza il 'cattivo' di turno, un 'BatMan' buono contro un ‘Joker’ cattivo: la mafia. Lo Stato italiano assume così a pieno titolo la veste di 'liberatore', di 'eroe' mitico apportatore di cosmos e vittorioso sul caos, secondo le più elementari formule dell'antropologia culturale.

     Molti portano come esempio dell’impegno antimafioso reale dell’Italia, in epoca fascista, l’invio in Sicilia da parte del regime del prefetto Cesare Mori, un uomo (che nonostante fosse agli ordini del Duce era un antifascista, ma comunque operativo poiché profondamente dèdito al servizio per lo Stato) che come pochi è riuscito a dare un colpo quasi letale all’organizzazione. Furono infatti emanati una serie di decreti restrittivi nei confronti dei mafiosi, con il conseguente esilio di tali personalità. Il successo di Mori è innegabile, ma proprio al momento di sferrare altre e definitive offensive alla mafia, ecco che una inattesa promozione lo sollevò improvvisamente dall’incarico. Cosa ancor più grave e radicale, sul finire della II Guerra Mondiale la SuperSIM (un alter-ego del SIM fascista, ovvero il Servizio Informazioni Militari: i servizi segreti italiani) partecipò attivamente alla ripresa in causa della mafia, con la collaborazione attiva degli Alleati anglo-americani, al fine di togliere finalmente di mezzo Mussolini e porre le condizioni della fine della guerra, con il beneplacito di alte personalità della Casa Savoia quali Aimone d’Aosta, la principessa Maria José o lo stesso Vittorio Emanuele III. Fu così che, con la conquista della Sicilia da parte degli Alleati, vennero posti nei luoghi delle istituzioni, rimasti vacanti, numerose personalità mafiose di spicco, al fine di tenere a bada, per conto della ‘nuova Italia’ in atto di costituzione e degli stessi anglo-americani, la popolazione siciliana in subbuglio che addirittura rivendicava l’indipendenza politica dalla stessa Italia. La mafia viene dunque reintrodotta a pieno titolo e in maniera del tutto semplicistica, con il suo conseguente e quasi immediato rinvigorimento.

     Il resto è storia recente. I luttuosi avvenimenti degli anni ’70, degli anni ’80 e degli inizi degli anni ’90 sono un chiaro segnale di come la mafia sia stata protagonista nella storia della Sicilia e dell’Italia proprio a causa di determinate e mirate scelte politiche da parte dello stesso Stato, e ciò quindi non implica una ‘naturale mafiosità’ della popolazione siciliana che sarebbe refrattaria ad ogni tipo di disposizione legislativa ufficiale e ‘calata dall’alto’. Colpa dei siciliani, casomai, è la loro ingenuità del credere alle versioni ufficiali di determinati fatti che inducono a dare uno sguardo solo sommario sul fenomeno mafioso, inquadrato come qualcosa che esiste senza una reale motivazione. Mafia e Sicilia diventano dunque un’accoppiata inscindibile anche per i siciliani che, disgustati dal loro essere endemicamente mafiosi (così convinti dall’informazione ufficiale nazionale), immaginano un ‘Nuovo Mondo’ e una ‘Nuova Vita’ in contesti socio-culturali ben lontani dalla realtà in cui adesso si trovano, piuttosto che operare affinché venga definitivamente alla luce il motivo per cui la Sicilia si trova oggi in una tale situazione in cui la mafia riesce a fare da padrona incontrastata da circa un secolo e mezzo. La rassegnazione dei siciliani diventa dunque il vero nemico contro cui combattere, prima ancora della mafia stessa. Ma non esistendo alcuna ‘agenzia culturale’ (nome dato dalla sociologa Loredana Sciolla a tutti quegli organi che hanno l’autorità di creare una cultura istituzionalizzata, come i mass media, le scuole o altri organi minori) che abbia la possibilità di parlare in maniera ufficiale di determinati e scottanti argomenti, l’opinione comune su di essi rimane costantemente la stessa, salvo sacche di resistenza troppo esigue (che si rivolgono ad altri tipi di agenzie culturali, come i testi scritti e non pubblicizzati ma che riportano documentazioni dimostrative delle loro affermazioni, o internet) per poter pensare che possano causare danni a ciò che la maggior parte della popolazione ritiene sia la versione corretta di determinati fatti.

     Se, dunque, la mafia esiste perché esiste lo Stato, il vero nemico è lo Stato, se permette alla mafia di sussistere affinché esso appaia come la componente positiva su cui il cittadino può far affidamento. La mafia fungerebbe quindi da rimando affinché l’idea di Italia rimanga ‘santa’ e ‘giusta’, come oppositrice eroica del grande male mafioso. È per questo motivo che, tornando ai processi in corso sulle congiunzioni mafia-Stato, non si può non reputare come una farsa tutto lo scandalo che le istituzioni politiche e giudiziarie mostrano quando se ne parla.




"La Mafia, come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia” (Rocco Chinnici, magistrato ucciso dalla Mafia).




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25 gennaio 2009

I Tamil di Palermo chiedono solidarietà

Stamattina padre Victor Jayasingham (il sacerdote cattolico responsabile della comunità tamil della chiesa di Santa Ninfa dei Crociferi di Palermo) mi ha chiesto di correggere un volantino che la comunità tamil palermitana intera ha intenzione di ditribuire per la città di Palermo:



I Tg hanno recentemente parlato di una svolta importante della ultraventennale guerra in Sri Lanka, grazie ad una incursione dai riscontri particolarmente positivi dell'artiglieria governativa contro le LTTE (Liberation Tigers of Tamil Eelam, le Tigri Tamil), parlandone come fosse un altro duro colpo al 'terrorismo', il cui significato non è effettivamente univoco come vorrebbero far credere i soliti e manipolati mass media, magari diretti anche da incompetenti. Quella in Sri Lanka è una guerra reale, di cui solo raramente, come in questo caso, si parla sui più gettonati mezzi di comunicazione di massa. E se vengono denunciate le illegittime bombe 'a grappolo' di Israele contro la Palestina (notizia che gli stessi telegiornali riportano, giustamente, in continuazione), mi chiedo come mai nessuno parli di quelle stesse bombe 'a grappolo' che vengono gettate indebitamente sulla popolazione tamil, nel Nord e nell'Est dell'Isola asiatica. Ebbene, la comunità tamil di Palermo non ci stà a far passare la propria gente per un gruppo di terroristi e per i 'cattivi' di turno, tirati in ballo soltanto quando si tratta di esemplificare in maniera generica la figura del 'terrorista'. Sangar, il primo combattente delle Tigri Tamil morto a causa della guerra appena scoppiata, nel 1982, è venerato come eroe tamil, e la sua immagine è portata in processione al tempio induista di Palermo per la commemorazione della sua morte: chi ci dà il diritto di giudicare, in casi come questo, chi sia il 'buono' e chi il 'cattivo'? La guerra srilankese non è che il risultato del colonialismo europeo ed ora, proprio noi europei (o presunti tali, ed annovero anche gli statunitensi, in particolar modo), ci arroghiamo il diritto di additare una reazione all'oppressione portata proprio da noi come un atto terroristico, con tutte le accezioni negative che il termine porta con sé.

Riporto uno scritto di Thayraj, il primo ragazzo tamil laureatosi a Palermo, in Lingue:

<<Tamil Eelam: I Tamil vogliono la Pace, non la guerra! Lottiamo per i nostri diritti fondamentali…
Il Kosovo è un paese tre volte piccolo del Tamil Eelam, è diventato indipendente! Allora, i Tamil dell’isola del Ceylon sono più di 9.000 000 (Milioni)! I Tamil vogliono solo l’autoderminazione del proprio destino, è una lotta per la liberazione della patria tamil, non è una lotta terroristica e sono stati massacrati più di 80.000 tamil civili. Noi siamo i terroristi, ne siete sicuri? Vi sembra una cosa sbagliata difendere i propri conterranei dal genocidio, Ditemi!!!>>.




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27 novembre 2006

La strumentalizzazione delle parole del Papa

Papa: ''Rispetto profondo per i musulmani''

Benedetto XVI torna sulla 'lectio magistralis' di Regensburg: ''Le mie parole sono state fraintese. Volevo solo invitare al dialogo tra le religioni''.

''Profondo rispetto per i musulmani, che adorano il Dio unico''. Nella prima udienza generale dopo le proteste islamiche
scoppiate a causa della lezione del pontefice all'Università di Regensburg, il 12 settembre scorso, Benedetto XVI è tornato sulle parole che hanno suscitato l'indignazione del mondo musulmano.

Papa Ratzinger ha prima ripercorso i momenti del suo recente viaggio pastorale in Baviera e dopo aver ricordato il motto della visita, ''chi crede non è mai solo'', ha riaffermato l'importanza dell'appartenenza dei battezzati alla Chiesa di Cristo.

Benedetto XVI si è quindi soffermato sulla lezione tenuta all'Università di Regensburg, sottolineando il suo ''rispetto per le grandi religioni, soprattutto per i musulmani, che adorano il Dio unico''. In quell'occasione, sottolinea il Papa, ''volevo spiegare che la ragione non è violenza''. Parlando della sua esperienza ''particolarmente bella'' di professore nella facoltà in cui ha insegnato, il Pontefice ha affermato che suo intento era mettere l'accento sulla questione del ''rapporto fra fede e ragione''.

Così, ''per introdurre nell'attualità dell'argomento, ho citato le parole dell'imperatore bizantino del XIV secolo Manuele II Paleologo''. Parole, ''per noi, incomprensibilmente brusche'' che però servivano a ''presentare il rapporto tra religione e violenza. La mia citazione - ha detto con fermezza il Papa - ha potuto prestarsi a essere fraintesa''.

''Non volevo fare mie le parole negative dell'imperatore - ha ribadito - e il loro contenuto polemico non esprime la mia posizione personale''. Ciò che va compreso, ha proseguito, è che ''è la ragionevolezza che deve guidare nella fede. Volevo spiegare - ha concluso Papa Ratzinger - che la religione non è violenza, ma che ragione e fede vanno insieme. Volevo invitare al dialogo tra fede cristiana e mondo moderno e tra le religioni''.

Intanto la Procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo presumibilmente contro ignoti per le minacce che sono stati rivolte al Papa attraverso comunicazioni comparse su siti islamici. Tre sono le ipotesi di reato ipotizzate dal pubblico ministero Franco Ionta. Si tratta in particolare del reato di istigazione a delinquere, strage e attentato contro un capo di stato. Le minacce riguardano non solo la figura del pontefice ma anche eventuali attentati da compiere a Roma e contro il Vaticano.

http://www.adnkronos.com/3Level.php?cat=Cronaca&loid=1.0.547222751

Solite strumentalizzazioni. Per quale ragione al mondo il Papa non avrebbe dovuto dire ciò che ha affermato in Germania? Chi ha offeso chi? Vi è stata una vera offesa o si è deliberatamente voluto intendere ciò che al Papa nemmeno è passato per la testa..?

Adesso, naturalmente, sia i comunistoidi anticristiani, i radicali, gli anarchici e, quindi, non solo alcuni musulmani, puntano con il sorrisino maligno il dito contro Benedetto XVI, come degli sciacalli in attesa che la vittima cadesse a terra per sbranarla...

Provo ribrezzo per questa gente.

Buoni sì, fessi no
(Bonu sì, ma fissa picchì?)


Laurentius.




permalink | inviato da il 27/11/2006 alle 11:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Biografia

Laureato in Antropologia Culturale ed Etnologia specialistica, ha collaborato con diverse associazioni nei campi del turismo (e in particolar modo del turismo accessibile), delle attività sociali legate all’insegnamento (all’interno di un progetto comunale relativo alla legge 285/97) e della programmazione e organizzazione di attività culturali.

Ha aderito al programma di incontri organizzato dalla Fondazione Ignazio Buttitta e dall’Officina di Studi Medievali di Palermo sull’argomento Santi, santuari e pellegrinaggi, partecipando anche ai tre giorni di seminari programmati tra l’agosto e il settembre 2011 preso San Giuseppe Jato e San Cipirello.

Si interessa allo studio di simboli legati all’identità siciliana (quali il triskelés, i vessilli o le bandiere storiche) ma anche ai processi culturali e comunicativi che si sviluppano all’interno della società contemporanea.

Ha partecipato, con l'associazione ItiMed, alla raccolta di documentazioni e informazioni tramite sopralluoghi circa il censimento di alcuni dei santuari cristiani presenti sul territorio siciliano.

Autore di libri e racconti di narrativa. Ha partecipato all'edizione 2015 del Premio Letterario La Giara indetto dalla Rai.

Autore di presentazioni di testi di narrativa per la casa editrice Momenti.

Ha svolto mansioni di grafico pubblicitario presso la ditta Lo Bono Pubblicità & Comuncazione di Termini Imerese e presso la Tipografia dell'Università di Palermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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