.
Annunci online

Laurentius
Il blog di Lorenzo Mercurio


Pillole


23 giugno 2013

Normale e non-normale: i motivi della rivendicazione eterosessuale

Ieri, a Palermo, ha avuto luogo la famosa sfilata del Gay Pride, dopo una settimana di manifestazioni culturali che non si vedevano a Palermo almeno dall'ormai compianto Kals 'Art estivo. Ricordo quest'ultimo: si trattava di una lodevole iniziativa comunale che prevedeva eventi musicali, museali e turistici d'eccezione per stimolare e ravvivare la vita cittadina anche dallo stesso punto di vista culturale, riavvicinando così non solo il visitatore medio, che parte da una terra più o meno lontana per venire a vedere un'isola come la Sicilia, ma soprattutto il cittadino, l'abitante locale, nel tentativo di farlo riappropriare di una città troppo spesso messa a soqquadro proprio da un suo senso civico troppo poco spiccato, forse, prima che per altro, proprio a causa di una scarsa costanza d'impegno in tal senso da parte delle istituzioni. Già da diversi anni, il Kals 'Art non risulta più nel programma degli ormai rari eventi culturali patrocinati dal Comune di Palermo, a causa della voragine presente nelle casse comunali causata da... non si sa da cosa: i responsabili, nonostante abbiano un nome e un cognome, non sono stati puniti e, anzi, il tutto è scivolato nel più 'normale', quanto vergognoso, silenzio.
Il Gay Pride ha però paradossalmente permesso un miracolo: gli enti pubblici locali hanno trovato il denaro per finanziare almeno in parte un nuovo Kals 'Art (forse stavolta ribattezzabile Zis 'Art, visto che la settimana di eventi è stata svolta presso i Cantieri Culturali della Zisa), con la modica cifra di 10mila euro. E' poco, certo. Ma sono pur sempre migliaia di euro da parte di un Comune praticamente in mutande che non ha i soldi per pagare la raccolta della spazzatura, nonostante le salatissime e immotivate tasse che pagano TUTTI i cittadini, non solo i gay né solo gli etero. O, forse, è meglio dire "non solo i sessualmente diversi né solo i sessualmente normali". Già: perché se solo ci si pensa un po', riflettendo sulla derivazione etimologica della parola 'normale', gli omosessuali non avrebbero nulla di cui indignarsi, se qualcuno li estromettesse linguisticamente dalla 'normalità'. La 'normalità' indica una 'norma', una 'regola', ovvero un fenomeno che si manifesta più assiduamente rispetto a un altro. 'Normale' indica, dunque, un fatto numerico, non di per sé discriminatorio. Io sono normale perché rientro nella norma, ovvero nella maggioranza di quei casi in cui si manifesta una particolare caratteristica.
Se, dunque, gli omosessuali disprezzano l'essere considerati diversi e desiderano una loro 'normalizzazione', linguisticamente parlando, cosa intenderebbero fare? Giungere a costituire la 'norma'? Ma se 'norma' e 'non-norma' coesistono in uno stesso ambito sociale come il nostro, chi diventerebbe 'non-norma', in termini di orientamento sessuale? Facile: gli eterosessuali, ovvero coloro che hanno le chiavi per il rinnovo della società. Non facciamo giri di parole, sù! Sono gli eterosessuali che permettono il perpetuarsi della specie umana su questo pianeta, ed è da eterosessuali che perfino i gay sono nati! Alla famiglia 'tradizionale' formata da una coppia stabile uomo-donna si oppone, dunque, una pretesa solo fino a pochi anni fa inimmaginabile, perché fuori da ogni razionale senso civico: 'normalizzare' l'omosessualità, ovvero renderla la 'norma', ovvero ancora la radice della società contemporanea. Se esistono le parole e queste hanno un significato, allora diamo loro il giusto peso, al di là di forzati e, talvolta, camuffati tentativi di mutarne il senso.
A tal fine, non manca occasione per screditare l'unione familiare eterosessuale tout court come un potenziale covo di odio e violenza domestica (per fare un esempio tra altri, tanto da coniare addirittura nuove parole come 'femminicidio', esplicitamente quanto ignorantemente contrapposto a 'omicidio', parola che invece indicherebbe in maniera maschilista l'uccisione della sola persona di sesso maschile, senza badare che 'omicidio' ha la propria radice etimologica in 'Homo', e l'Homo sapiens sapiens è sia maschio che femmina, come lo è la gazzella o la iena). Si tratta di una sottile ma decisa e molto ben organizzata azione mediatica atta a 'rosicchiare' lentamente, e in più parti, le difese mentali del proprio utente, fino a rendere socialmente 'normale' una consuetudine indotta a essere tale dagli stessi media e solo poco prima giudicata assurda o anche solo tralasciabile dall'opinione comune.
Di contro, e qui ci si addentra nel discorso sulla famiglia formata da una coppia stabile uomo-donna, non è compito mio ricordare quanto l'unione tra persone di sesso diverso sia l'ovvietà ormai non più ovvia. Questo tipo di unione, inutile ricordarlo, è stato introdotto dal Cristianesimo, una religione che ha come regola fondamentale l'amore incondizionato, ovvero l'amare sempre e comunque, al di là di tutto, come Cristo ama la Chiesa ed è morto per lei. Prima dell'avvento del Cristianesimo, le unioni eterosessuali erano allo stesso modo la norma, di contro a una 'non-norma' omosessuale, presso alcuni àmbiti sociali accettata e praticata, presso altri rifiutata e bistrattata. Le famiglie eterosessuali non sempre erano formate da uomo, donna e figli: anzi, era quasi un'eccezione per le classi più agiate, che potevano permettersi anche delle concubine, delle schiave o degli schiavi con cui praticare atti sessuali, fondamentalmente orientati a designare i ruoli familiari e/o sociali. Nel mondo classico greco-latino, però, la donna aveva un ruolo del tutto differente rispetto a quello assunto con il Cristianesimo: era sostanzialmente una 'sfornafigli', una creatura posta al di fuori della cittadinanza e, dunque, della stessa umanità. I cristiani danno dunque, di fatto, umanità alla donna, restituendole anche il ruolo fondamentale di chi è in grado di rinnovare la società, mettendo al mondo un nuovo uomo. E in tal modo è stato anche dato un nuovo senso alla parola familias.
La comunità omosessuale ha recepito come con una lontana eco questi stessi 'valori' cristiani, fraintendendoli, adattandoli alla propria condizione e dando loro una matrice differente rispetto a quella di cui è effettivamente ancora infarinata. Dopotutto, non possono mica sparire tutto d'un tratto concezioni culturali perdurate e riadattate sempre in chiave cristiana in oltre duemila anni di storia.

Da due uomini o da due donne non nasce un essere umano. E' qualcosa di biologico, di fin troppo evidente ma che abbiamo ormai messo da parte per astruse teorie e pretese che di evidente hanno ben poco. Nessuno vuol negare dei diritti, come quelli relativi alla successione o alla sanità. Ma qui non è questo ciò che risulta in discussione. 'Normalizzare' un istituto dal quale la società non può naturalmente ricevere un proprio rinnovamento significa 'normalizzare' qualcosa di molto più grave e pericoloso che la semplice accettazione o ri-umanizzazione, assolutamente dovuta, della 'non-normalità'.





permalink | inviato da Laurentius il 23/6/2013 alle 6:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


19 dicembre 2012

Due parole su "La più bella del mondo" di Benigni

     Si è parlato e si parla ancora tanto della performance di Roberto Benigni, andata in onda la sera di lunedì 17 dicembre 2012, incentrata su quella che da lui stesso è definita "la più bella del mondo": la Costituzione italiana. Al di là di ogni superflua e cieca incensazione e di ogni apprezzamento nei confronti del comico toscano in quanto tale, degno com'è di sicuro elogio per la sua fine comicità e capacità di tenere uno spettatore incollato innanzi a un teleschermo, si vorrebbero esprimere delle idee che si crede non possano non essere prese in considerazione, se parliamo di qualcuno che ha una fama come quella posseduta oggi da Benigni. Qui si cercherà di andare oltre alla semplice mercificazione della storia offerta a mezzo televisivo da personaggi televisivi che con il suo studio non hanno direttamente nulla a che vedere, e quindi di non curarci dell'esaltazione filo-romantica e della travisazione di fatti storici pur sempre presenti nei discorsi di Benigni, almeno dalla sua ultima apparizione al Festival di Sanremo, nel febbraio 2012. In questa sede ci occuperemo del ruolo che può assumere un personaggio come Benigni se si assimilasse acriticamente ogni sua parola, per il solo fatto che si tratti di Benigni.
     Scolpita nella mente appare un'emblematica frase di Pier Paolo Pasolini, detta durante un'intervista con Enzo Biagi nel '71, secondo cui un medium di massa mercificherebbe e alienerebbe la persona, fungendo da strumento spaventosamente antidemocratico per cui chi vi appare si pone automaticamente su una cattedra, assumendo i tratti di un divulgatore di ciò che di per sé viene presentato come qualcosa di attraente per l'individuo che, messo insieme ad altri individui che si accostano allo stesso medium, crea la società. In ultimo, per Pasolini, un medium di massa è dunque un divulgatore di modelli culturali, ma un divulgatore pericoloso, di cui lui stesso, che tra le altre cose era anche un uomo di spettacolo, aveva timore. Oggi, nell'epoca della mediatizzazione ad ogni costo, esistono pur sempre media di massa che assumono un valore divulgativo maggiore rispetto ad altri: Benigni è apparso su Rai1, in prima serata e per giunta in HD (High Definition). Non solo: l'attore toscano ha visto piombare su di sé una campagna di vera e propria 'mitizzazione', sempre attraverso i media che contano, dalla vittoria dell'Oscar per La vita è bella ma anche in parte dal decennio immediatamente precedente, grazie a films come Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino o Il mostro. Per questo, oltre alla possibilità di contestarlo su molte delle argomentazioni da lui espresse durante il programma televisivo dedicato alla Costituzione, che propone aprioristicamente come 'belle' (non a caso l'aggettivo 'bello'/'bella' si trova in moltissimi titoli di suoi lavori), è proprio il potere dato a persone come lui di dire qualsiasi cosa senza ricevere alcuna critica negativa (non dai media che contano, ovviamente) che dovrebbe spaventare e repellere.
     Si spera sia chiaro che l'attacco non è meramente rivolto al Benigni-attore; lo è piuttosto a quel Benigni-strumento-divulgativo-di-massa che diffonde parte di quelle stesse idee che hanno portato la società in cui viviamo allo stato attuale, come l'arricchimento, di descrizioni che si pretendono pressoché 'storiche', di elementi atti a suscitare nell'ascoltatore una reazione emotiva e di accondiscendenza, tale da far dare allo stesso ascoltatore delle motivazioni spesso distorte dell'esistenza o sussistenza di determinate condizioni sociali odierne, positive o negative, intese quindi come dovute a cause di carattere storico; ma anche le motivazioni date dall'attore toscano per cui la moneta unica europea o l'idea di un'Unione Europea e della perdita di giurisdizione e sovranità nazionale siano una cosa 'bella' in quanto tale, senza che vi siano approfondimenti di sorta, anche di carattere contraddittorio. Ma naturalmente ognuno tragga in libertà le proprie conclusioni sull'argomento
.





permalink | inviato da Laurentius il 19/12/2012 alle 14:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 luglio 2012

Sant'Euro surclassa i patroni

Sembra sia tornata alla ribalta - la proposta fu infatti messa sul tavolo dei provvedimenti da adottare anche dal governo Berlusconi -  l'idea secondo la quale le feste patronali cittadine debbano cedere il passo alla necessità di accrescimento del PIL (Prodotto Interno Lordo) italiano, così da favorire la crescita economica del Paese. I festeggiamenti verrebbero così spostati alla rispettiva domenica successiva, lasciando la settimana interamente 'libera' per poter lavorare e produrre, vendere, comprare, spendere, far girare denaro. Il denaro... Già: questa illustre invenzione, ideata dall'uomo perché costituisse un utile mezzo per gli scambi tra individui, per soddisfare una determinata necessità di chi non possiede qualcosa di cui ha bisogno.
Dimentichiamo il denaro come mezzo, come veicolo per ottenere qualcosa che occorre per vivere; dimentichiamo il denaro che non possiede valore intrinseco ma solo corrispondente a qualcosa che ha valore e che è ben conservato altrove. Togliamoci queste idee dalla testa: il concetto di 'denaro' si è ormai rivoluzionato, capovolto, 'fondamentalizzato', per usare un forzato neologismo: il denaro adesso è il fine, non il mezzo. Il denaro è ciò su cui la stessa struttura sociale deve basarsi, su cui devono basarsi i rapporti umani. Non solo: esso deve venire prima di tutto, prima di ogni altra priorità sociale e individuale, prima dell'amore, prima della pace, prima della religione, prima di una divinità da adorare e a cui affidarsi. Il denaro è dio.
Pare sia proprio questo il ragionamento che sembra aver fatto impazzire tutti coloro che si trovano ai governi di questa singolare unione di ex nazioni europee, allo stesso modo di quanto è avvenuto negli USA e praticamente in tutto il mondo. Anche Mario Monti, evidentemente, la pensa così: a che servirebbero inutili giorni di chiusura e ferie, quando si può produrre denaro non per vivere ma per pagare un debito pubblico che la gente non sa nemmeno quando avrebbe contratto..? Non contiamo, naturalmente, che la domenica i negozi sono già abitualmente aperti, e da diverso tempo. Ma questo non basta: occorre più tempo per lavorare (dove si può ancora parlare di lavoro, naturalmente) e far circolare moneta. Ci si domanda quale potrebbe essere il passo successivo a quest'ultimo, se non l'allungamento delle ore giornaliere da 24 a 30, magari chiedendo al sole di rallentare un po' la sua corsa in cielo per avere a disposizione più ore per adèmpiere le nostre mansioni di schiavi, di muli da soma. Il consumismo sfrenato vuole il nostro sangue, e lo vuole fino all'ultima goccia.
Viene dunque toccata anche la dimensione sacrale umana da una crisi che non ha voluto la popolazione, per la quale vengono di mese in mese presi dei provvedimenti che promettono, l'uno dopo l'altro, che così facendo la situazione catastrofica in cui annaspiamo potrà stabilizzarsi, tradendo puntualmente la parola data. E noi cittadini? Ci lasciamo costantemente ingannare, promessa dopo promessa, e ci illudiamo che finalmente possa giungere quella che venga mantenuta. Siamo in balìa del vento e dei diktat dell'Euro e non reagiamo: non ne abbiamo la forza né la voglia. Ma, dopotutto, se solo il 20% dei siciliani si dichiara religioso e assiduo frequentatore di chiese (Leo A., Due siciliani su 10 vanno a messa la domenica, in "Quotidiano di Sicilia" del 30 giugno 2012, p. 23), e se in centri importanti come Agrigento viene sospesa l'almeno una volta sentitissima festa patronale di San Calogero per una partita di calcio (http://palermo.repubblica.it/cronaca/2012/07/01/news/agrigento_c_l_italia_in_finale_e_la_processione_si_interrompe-38326216/), allora non possiamo che prendere atto che il credo religioso sia ormai diventato anch'esso oggeto di consumo, di corollario marginale del quotidiano come lo sono molti altri, di folklorismo utile solo a dare una debole mano ad un turismo anch'esso complessivamente in agonìa, dato che se questo portasse realmente dei guadagni probabilmente non sussisterebbe il problema dello spostamento di simili manifestazioni popolari, o apparentemente popolari, come avrebbe intenzione di attuare il Governo Monti.
Adattiamoci, dunque, e veneriamo San'Euro, unica nostra ragione di vita, unico sprone per tornare a rialzarci dal letto la mattina. Inchiniamoci a lui, unico signore delle nostre stupide vite: rendiamo a lui culto nei templi che sono i centri commerciali che ormai sorgono come funghi nelle nostre città, mentre le chiese chiudono una dopo l'altra e vengono, se non abbandonate, adoperate come semplici musei di qualcosa che ormai richiami solo ad un passato sfocato e strumentalizzato. Diamo a Sant'Euro tutta la nostra esistenza: ci accorgeremo presto, purtroppo, di aver sbagliato tutto.






permalink | inviato da Laurentius il 19/7/2012 alle 22:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


23 dicembre 2011

Costruire? Si perde tempo. Meglio distruggere.

Il termine di un'esperienza lunga diversi mesi nel settore sociale, al fianco di persone (educatori, psicologi, grafici, fotografi e coreografi, ma anche storici e tecnici di diverso tipo) che, dire sia stato un piacere aver conosciuto è solo un eufemismo, ha contribuito all'evoluzione di molte mie riflessioni personali, lasciate spesso a se stesse, di volta in volta, in un angolo della mente. Adesso tutte queste idee si sono all'improvviso ripresentate alla mia attenzione, quasi di colpo, senza prima avvertirmi, formando innanzi a me un piccolo ma coerente puzzle.
In particolare, durante questi mesi, mi sono posto la domanda delle domande, la cui risposta avrebbe potuto avere il valore di almeno un miliardo di dollari: perché esiste il degrado in determinati ambienti..? Mi sono dato la risposta? Naturalmente no. Ma credo sia stato importante il percorso mentale che mi ha comunque aiutato a vedere delle possibili concause nella preferenza, da parte di determinati individui cosiddetti 'a rischio', della 'distruzione' rispetto alla 'costruzione'.
Provo a spiegarmi meglio. Lavorando in un difficile quartiere come quello del Borgo Nuovo di Palermo ci si rende immediatamente conto di aver a che fare con una realtà molto particolare, in cui vi è molto di socialmente positivo ma anche tanto di negativo, quasi in un'estremizzazione e amplificazione di quanto possa essere percepito come negativo all'interno della complessiva società in cui siamo chiamati a vivere e ad operare. E' immediatamente evidente il degrado ambientale, figlio legittimo di condizioni sociali spesso estreme, che riguarda anche i locali dei centri d'accoglienza ed educazione del quartiere sopra citato, degrado che vede responsabili sì le istituzioni che, sicuramente, tardano e latitano nel momento in cui deve essere messo apposto qualcosa in simili contesti, non solo fisicamente ma anche nella gestione e nell'approccio verso determinate realtà sociali. Ma il problema è che quei disastri sono stati comunque compiuti. Quelle porte perforate, portoni distrutti, servizi igienici maleodoranti e malfunzionanti, finestre spaccate, solai disintegrati, macchine distributrici di caffè, bevande e merendine resi un cumulo di vetro infranto... sono di fatto stati danneggiati, volontariamente, da teppisti del luogo, forse anche dagli stessi frequentatori dei centri aggregativi verso cui è rivolta tale violenza. Sostituire o riparare di volta in volta gli oggetti danneggiati, che torneranno ad essere danneggiati in pochissimo tempo, è solo un evidente palliativo, oltre che una spesa immane di denaro pubblico, e certamente non può dunque risolvere il problema. Di contro, avviare un processo educativo che sia in grado di far crescere in un modo alternativo dei soggetti con indole distruttiva appare arduo, e talvolta impossibile. Qui entrano certamente in ballo i modelli culturali differenti di chi vorrebbe impartire un tipo di educazione e chi invece ha già di suo degli standard educativi di altro tipo, dettati dal rispettivo ambito familiare o comunque quotidiano. Ma qui, forse con poca scientificità accademica, si sta tentando di vedere la questione sotto un altro punto di vista: i soggetti 'distruttivi' di cui si sta parlando tendono al rifiuto di un incoraggiamento ad un atteggiamento socialmente costruttivo, secondo regole fondamentali che riguardano le basi della nostra comune società, non di un'altra. Qui non si sta trattando di una scuola intenzionata ad insegnare la lingua italiana a chi in casa ha sempre parlato il siciliano, ma di un incoraggiamento, per mezzo di attività particolari quali il ballo, la passeggiata per monumenti o la creazione di modellini, alla cooperazione reciproca verso l'idea di un bene comune che riguardi non solo il proprio raggio familiare o di conoscenze ma la società in cui si vive e ai quali margini, al momento, si vive.
Le risposte che autonomamente sono riuscito a darmi possono rasentare la scontatezza, se non addirittura l'inopportunità, ma desidero ugualmente esporle, lasciando di certo spalancata la porta del dibattito e del confronto a chi vorrà dare il proprio contributo. Vi prego comunque di seguire il mio ragionamento.
Mi sembra di intravedere il fulcro dell'opposizione 'distruggere vs costruire' nel tema della 'fretta', della frenesia, del tempo che si accorcia e che si rivolge sempre di più a termini di breve scadenza, tralasciando quasi del tutto ciò che non riguarda un risultato temporalmente a noi adiacente. La società 'occidentale' (termine che detesto ma che costituisce ormai il più riconosciuto calderone semantico entro cui far bollire tutta una serie di aggettivi e di indiscriminati luoghi comuni) ha adottato a pieno titolo la legge della 'fretta', e questo non per chissà quale colpa o scelta deliberata e scellerata, ma per l'ovvio evolversi delle tecnologie che da un lato semplificano sì l'esistenza, ma dall'alto riescono a creare un affollamento di priorità molto denso all'interno della singola vita di ogni individuo, proprio perché, portando a termine un lavoro o una qualsiasi altra attività in tempi sempre più ristretti, rimane del tempo in avanzo che deve pur sempre essere impiegato in nuove attività, prima impensabili, innescando un processo di accelerazione degli affari, degli impegni, dei termini di scadenza, e dunque proprio la percezione di un accorciamento del nostro tempo. Ciò può rispecchiarsi nel desiderio e nella ricerca di un fine che possa essere raggiunto il più presto possibile, qualsiasi sia la conseguenza a lungo termine alla quale si penserà a tempo debito, in un eterno rinvio di responsabilità. La tecnologia riguarda ricchi e poveri, talvolta con poche differenze: anche un disoccupato medio potrebbe benissimo considerare indispensabile acquistare, talvolta perfino con l'accumulo di debiti a suo carico, un telefono cellulare d'ultima generazione, poichè la comunicazione mediatica 'impone' quel determinato oggetto come indispensabile all'emancipazione sociale dell'individuo, se non addirittura alla sua stessa vita. Tale emancipazione arriverà certamente dal punto di vista dell'evoluzione tecnologica verso orizzonti sempre più avanzati, ma non darà al soggetto gli spunti necessari per poter finalmente vivere su un gradino sociale più alto come invece desidererebbe, soltanto per il fatto di avere in tasca un oggetto ad altissima tecnologia. Viviamo dunque in un mondo che ci permette di accorciare i tempi di una qualsiasi attività e di vedere un risultato immediato, e le classi sociali più povere ed emarginate non sono esenti da tale processo. Siamo ormai tutti assuefatti da questo modo di intendere il tempo. Il risultato immediato di un'opera viene percepito come l'unico bene possibile e non viene messa in conto alcuna conseguenza, pur conosciuta o intuita, di un atto che possa invece causare un danno che si ripercuoterà all'interno della nostra realtà solo più tardi. Ed è per questo che ci si può ricollegare all'opposizione 'distruggere vs costruire': la distruzione di qualcosa già esistente può dare un risultato immediato, in cui l'energia viene impegnata tutta e subito, in un atto fulmineo che non dà modo al pensiero di volgersi alle sue conseguenze successive, a lungo termine. Costruire qualcosa richiede invece dedizione, pazienza, attenzione, cura... e soprattutto tempo, ovvero ciò che ormai scarseggia o manca del tutto. Il 'tutto e subito' è dedito alla distruzione, alla conseguenza calcolata ma lontana da noi, se non temporalmente, almeno idealmente, in una dimensione spazio-temporale mentale.
Il fine distruttivo può essere letto, nei metodi e negli esiti, su scala differente, secondo il contesto cui applichiamo la stessa chiave di lettura: circostanze che hanno portato del benessere immediato, dopo un certo numero di decenni hanno portato l'Europa alla tremenda crisi che stiamo vivendo. Un uomo d'affari è in grado di dedicare la propria vita, meta dopo meta, alla propria carriera lavorativa, con promozioni e aumenti di stipendio, non rendendosi conto di distruggere gradualemte e contemporaneamente, dopo anni di perseveranza, la propria famiglia, che ha bisogno di lui come marito e come padre. Per un ragazzo soggetto a particolari sollecitazioni familiari e sociali, la distruzione di una porta in legno leggero e cartone, presa a calci e a colpi di sedia, può dare una sensazione di sfogo che nell'immediato soddisfa l'individuo e lo fa star bene con se stesso, valorizzandolo agli occhi del compagno che lo osserva come chi ha un potere che lo pone al di sopra di chi non ha la forza o il coraggio di fare ciò che sta facendo lui. Così rimane una porta distrutta, inutilizzabile perfino dal suo distruttore. Dunque l'opposizione 'distruggere vs costruire' può collegarsi anche a 'tempo breve vs tempo lungo', ma anche a 'impazienza vs pazienza' o 'cecità vs lungimiranza': chi è lungimirante ha la pazienza di dedicare il proprio tempo alla costruzione di qualcosa di solido che guardi ad un maggior bene futuro, piuttosto che ad un accontentarsi immediato e desideroso di una soddisfazione immediata, incapace di vedere un futuro costruttivo.

Lettura forzata? Possibile. Ma ciò che credo è che se il paradigma di 'valori' di un ragazzo che ha conosciuto soltanto determinati contesti di vita (in cui spiccano violenza, sopraffazione e, in casi come questo, povertà) viene sollecitato da determinate condizioni socio-culturali a più ampio raggio, come la percezione del tempo, allora è possibile che si ottenga un esito comportamentale che si avvicini ai casi limite cui ho fatto cenno e che ho avuto la possibilità di guardare faccia a faccia con gli occhi sì di un antropologo, ma anche con il rammarico di chi vive in una città come Palermo e vorrebbe vederla, con grande pazienza, un po' diversa.




permalink | inviato da Laurentius il 23/12/2011 alle 10:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


20 luglio 2011

L'orientamento smarrito

Ogni qualvolta l'uomo rimane incerto sul raggiungimento di un obiettivo, egli si perde nello sconfinato mare dell'esistere. Naufraga, è alla deriva. La vita, dopotutto, è necessariamente costituita da obiettivi che ne scandiscano l'andamento, seppur in gran parte in maniera irregolare. Essi, dalla più o meno breve o lunga scadenza, rendono di continuo l'uomo capace di un travaglio e di una rinascita, insieme individuale e sociale, o forse individuale proprio in quanto sociale: un travaglio dovuto per raggiungere una gioia. Non è solo la mera condizione dell'uomo: è il suo stesso vivere. Penare per il raggiungimento di un obiettivo e, raggiunto, tornare a vivere. E in ciò vi si potrebbe trovare una spiegazione antropologica o perfino teologica o storico-religiosa: basti pensare a quanto l'uomo abbia basato le sue culture sulla ciclicità temporale, materializzandola in segni e simboli che hanno pervaso e pervadono tuttora la sua quotidianità. Lo stesso Cristo è colui che, disceso dal cielo, sin dal principio ha avuto l'obiettivo della sua sofferenza e morte, raggiunte le quali avrebbe goduto della gioia senza fine della resurrezione. Il mito di Demetra e Kòre non è che quello più vicino a noi siciliani, in cui le messi tornano a germogliare dopo un periodo oscuro di silenzio, di freddo, di morte.
Quando, dunque, nella percezione umana dello scorrere vitale s'interrompe tale irregolare sequenza metrica, o quando essa presenta degli intervalli talmente lunghi e indefinibili da non poter essere previsti, l'uomo entra in una sorta di stallo: è bloccato, diventa per lui impossibile orientarsi nel fluire continuo delle acque della sua vita. E rimane fermo, immobile, in balìa di intemperie il cui vento soffia in tutte le direzioni, così che diventi impossibile assecondarlo.

«Ego si era svegliato con una indefinita sensazione di disagio che pervadeva estesa il torpore inquieto dei suoi pensieri. Percepiva sognati pezzi di un puzzle confuso di cui gli sfuggiva il senso. Era come se dovesse partire per un lungo viaggio ma, nel non sapere per dove e per quando, navigava disancorato e senza bussola. Sentiva il suo io disperso, staccato da sé, volitare passim, come una mariposa». A. Buttitta, in Antropologia dell'Occidente, Meltemi, Roma, 2003, p. 41.





permalink | inviato da Laurentius il 20/7/2011 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     dicembre       
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario
Storia
Letteratura
Musica
Ricerca e studi
Pillole
Politica
Babbìo...
Lavoro
Fotografia

VAI A VEDERE

MySpace MUSICA di Lorenzo Mercurio
Canale YouTube di Lorenzo Mercurio
Book foto-grafico di Lorenzo Mercurio
Fondazione Ignazio Buttitta
Lettere e Filosofia, Palermo
Villa del Casale di Piazza Armerina
Sito ufficiale della Santa Sede



 



gestione della conoscenza
geo

 


Licenza Creative Commons
Logo Laurentius - Lorenzo Mercurio by Lorenzo Mercurio - Laurentius is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at a1.l3-images.myspacecdn.com.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://laurentius.ilcannocchiale.it.

Licenza Creative Commons
BLOG - http://laurentius.ilcannocchiale.it by Lorenzo Mercurio is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at laurentius.ilcannocchiale.it.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://laurentius.ilcannocchiale.it
TUTTE LE OPERE SCRITTE DI QUESTO BLOG SONO SOTTO LICENZA CREATIVE COMMONS; GLI ARTICOLI QUI PRESENTI COPIATI IN ALTRI LUOGHI DEVONO RIPORTARE LA FONTE ED E' VIETATA LA LORO REVISIONE, MANOMISSIONE O UTILIZZO A SCOPO DI LUCRO

 

Biografia

Laureato in Antropologia Culturale ed Etnologia specialistica, ha collaborato con diverse associazioni nei campi del turismo (e in particolar modo del turismo accessibile), delle attività sociali legate all’insegnamento (all’interno di un progetto comunale relativo alla legge 285/97) e della programmazione e organizzazione di attività culturali.

Ha aderito al programma di incontri organizzato dalla Fondazione Ignazio Buttitta e dall’Officina di Studi Medievali di Palermo sull’argomento Santi, santuari e pellegrinaggi, partecipando anche ai tre giorni di seminari programmati tra l’agosto e il settembre 2011 preso San Giuseppe Jato e San Cipirello.

Si interessa allo studio di simboli legati all’identità siciliana (quali il triskelés, i vessilli o le bandiere storiche) ma anche ai processi culturali e comunicativi che si sviluppano all’interno della società contemporanea.

Ha partecipato, con l'associazione ItiMed, alla raccolta di documentazioni e informazioni tramite sopralluoghi circa il censimento di alcuni dei santuari cristiani presenti sul territorio siciliano.

Autore di libri e racconti di narrativa. Ha partecipato all'edizione 2015 del Premio Letterario La Giara indetto dalla Rai.

Autore di presentazioni di testi di narrativa per la casa editrice Momenti.

Ha svolto mansioni di grafico pubblicitario presso la ditta Lo Bono Pubblicità & Comuncazione di Termini Imerese e presso la Tipografia dell'Università di Palermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CERCA