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Laurentius
Il blog di Lorenzo Mercurio


Storia


18 aprile 2011

La cruda arte della crocifissione

Qui non si ha alcuna volontà di giudicare come autentici degli enigmatici reperti come la Sindone, ma per descrivere come muoia un uomo crocifisso quest'ultima non può che essere tirata in ballo come documento straordinario su cui, ad ogni modo, la scienza non ha ancora trovato un accordo univoco, e non solo inerentemente alla datazione del lenzuolo funebre - il cui esame al carbonio 14 sembra poter essere messo in discussione a causa delle numerose superfetazioni e contatti cui la Sindone è stata sottoposta nei secoli - ma soprattutto sulle modalità con cui l'immagine di un uomo sia rimasta impressa come in un negativo fotografico sulla stoffa dello stesso lenzuolo funebre.
Chiedo scusa già adesso per la sinteticità con cui sono stati affrontati gli argomenti: spero riescano comunque a dare una visione d'insieme di ciò che un crocifisso, e in particolare un crocifisso come quello della Sindone e come lo stesso Gesù descritto dai Vangeli, era costretto a subire.

Non vi è dubbio alcuno che sulla Sindone vi sia l'immagine di un uomo morto in seguito ad una crocifissione. Ma sull'uomo non appaiono solo i segni dei chiodi con cui il corpo è stato fissato ai legni dello strumento di tortura e morte: appaiono anche evidenti segni di sevizie, e in particolare contusioni sul viso - setto nasale e zigomo fratturati, occhio pesto - e ferite di diverso tipo che vanno dalla testa alle gambe. Le ferite sulla testa sono riconducibili a qualcosa che avvolgeva l'intero capo del condannato, qualcosa fornita di punte che avrebbero perforato il cuoio capelluto e la fronte, recidendo delle arterie con conseguente copiosa fuoriuscita di sangue. I segni sul corpo sono invece riconducibili a strumenti di tortura tipicamente usati nell'ambiente legislativo romano, ovvero i cosiddetti flagelli (flagra), sorta di frustini ad un manico e più corde alle cui estremità si trovavano degli uncini metallici, capaci di scavare nel corpo di un uomo dei profondi solchi. Secondo il numero di colpi inferti, tale tortura poteva anche causare in sé la morte del condannato per dissanguamento o per infezione, anche dopo diversi giorni di sofferenze. Il flagrum non era un'arma che veniva usata abitualmente su componenti di ogni tipologia sociale: sembra che essa, insieme alle verghe e ad altri similari tipi di strumenti di tortura, fosse soprattutto adoperata sui criminali politici che fossero dei cittadini romani. Potremmo avere bene in mente l'immagine del Fascio Littorio, quello usato anche durante il ventennio fascista in Italia come simbolo del potere totalitario: esso è stato tratto proprio dai simboli giudiziari romani che implicavano, dunque, il rispetto della legge, pena la tortura o la morte. Il Fascio Littorio, infatti, non è altro che una serie di verghe legate tra loro con un'ascia per la decapitazione dei criminali politici romani: San Paolo, in quanto cittadino romano, fu proprio decapitato, non crocifisso.
L'uomo della Sindone, dunque, mostra già adesso importanti spunti di riflessione: come mai il suo corpo mostra lesioni da flagrum, tipici di condannati politici romani, ma anche lesioni da casco spinoso sulla testa, altra tortura della quale non si hanno tracce nel diritto romano e, per questo, risulterebbe inusuale che un condannato al flagrum e alla croce avesse anche subito tale ulteriore tortura. La croce, di contro, non era riservata che ai criminali sovversivi e ai ladri comuni. Essa era uno strumento altamente sofisticato, capace di dare un orribile spettacolo anche per del tempo prolungato. Rimase in vigore fino al V secolo d.C., sotto l'Imperatore di Costantinopoli Teodosio II. Essa era formata da due assi di legno, lo stipex e il patibulum: il primo era quello piantato a terra già prima dell'arrivo del condannato; il secondo era quello portato dal condannato stesso durante la via crucis, la 'via della croce', al quale veniva probabilmente legato con le braccia aperte in modo da lasciare il viso dell'uomo inerme innanzi alle probabili cadute, con conseguenti ulteriori gravi traumi. La crocifissione vera e propria avveniva con l'esposizione del corpo, completamente nudo - e quindi umiliato appositamente per ridurre a nulla non solo la persona fisica ma anche l'intimità umana del condannato -, e la sua affissione al legno per mezzo di lunghi chiodi metallici, piantati nei polsi - in cui si trova un'intercapedine ossea capace di sorreggere il peso corporeo - e nei piedi. L'uomo della Sindone mostra esattamente questi segni, e in più è possibile ravvisare il fatto che, durante il supplizio, un piede sia stato posto sopra l'altro e insieme furono uniti alla croce da un unico chiodo.
Come moriva un crocifisso? Moriva per soffocamento: per vivere il più a lungo possibile, il condannato avrebbe dovuto tirare in sù il proprio corpo facendo leva sulle ossa dei polsi e sui piedi chiodati, così da poter respirare tra inconcepibili sofferenze. Poteva probabilmente sorgere nel condannato l'atroce dilemma: soffrire indicibilmente ancora per poter vivere il più possibile, o lasciarsi andare e morire soffrendo il meno possibile?

Altra particolarità dell'uomo della Sindone è la ferita che appare sul suo costato destro. Si tratta di una ferita da lancia che, se il condannato fosse stato ancora vivo, lo avrebbe stroncato immediatamente. Il colpo da lancia, infatti, fu certamente inferto dopo la morte del crocifisso, e lo si nota abbastanza chiaramente dalla composizione del sangue fuoriuscito: l'impronta ematica sul lenzuolo evidenzia la separazione del materiale corpuscolare dal siero sanguigno, così da far scaturire dall'apertura del fianco una parte rossa distinta da una parte più chiara. Questo è chiamato in gergo 'sangue morto'. E' altresì plausibile che esso sia scaturito non dagli organi immediatamente prossimi alla ferita stessa ma dal cuore, il quale potrebbe aver subito un collasso ed aver provocato un allagamento sanguigno della cassa toracica, che perforata avrebbe poi immediatamente permesso al sangue 'morto' di fuoriuscire.
I capelli, la barba, il viso e tutto il resto del corpo sono intrisi di sangue, ma evitiamo di esprimere pareri su come l'immagine 'fotografica' sia rimasta impressa nel lenzuolo della Sindone, dato che è risultato impossibile, ad oggi, comprendere come la proiezione corporea di un uomo (e non la sua superficie estesa, che avrebbe dovuto rimanere impressa se il lenzuolo fosse stato direttamente a contatto con il cadavere) sia osservabile sul tessuto sindonico.

Il punto qui non è se la Sindone sia quella di Gesù Cristo oppure no. Il punto è che i cristiani credono che Cristo sia morto proprio tra queste orribili torture in seguito al totale annullamento della sua persona, dovuto ad un totale dono di se stesso. Chi qui scrive non è un teologo o un teorico delle Sacre Scritture, ma qualcuno che non può non rimanere colpito dalla predicazione di un simile Amore, un Amore che dà tutto, senza tenere nulla per sé e senza voler nulla in cambio. Le sofferenze patite, secondo i cristiani, da Gesù Cristo non possono non trovare stupore innanzi ad un documento controverso quanto stupefacente come la Sindone.





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11 maggio 2010

Il tricolore costituzionale rivoluzionario del 1848 - Ecco quale 'unità' immaginavano i siciliani

I colori verde, bianco e rosso entrano nella storia siciliana insieme agli ideali rivoluzionari che hanno già avuto fortuna in Francia alla fine del XVIII secolo. «Nell'Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti [adottano] quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790» e simboleggianti i tre capisaldi rivoluzionari di Libertà, Uguaglianza e Fraternità, oltre a costituire uno dei simboli adoperati dalla massoneria francese e, con la sostituzione del colore verde, anche cispadana e antipapalina .
I valori costituzionali portati dal Tricolore, dunque, si diffondono e tendono a radicarsi anche tra gli Stati italiani e in Sicilia: proprio nell’Isola, il 12 gennaio 1848, a Palermo, ha inizio quella rivoluzione che viene istituzionalmente riconosciuta come la prima del ‘Risorgimento italiano’, di cui le fonti parlano come di ‘natura popolare’, data la divulgazione di manifesti e volantini di avviso già tre giorni prima dell’inizio degli atti rivoluzionari veri e propri . Dopo Palermo, la prima ad insorgere fu Agrigento; seguirono poi Trapani, Catania e Caltanissetta, e dovunque si sparse sangue per la resistenza che gli insorti trovarono nelle truppe regie borboniche. Elpidio Micciarelli, avvocato, scrive nel marzo di quell’anno: «Per la insurrezione siciliana il regno napolitano ebbe ai 29 Gennaio la costituzione, ebbela il Piemonte l’8 Febbraio, il Toscano Granducato il 17 Febbraio e il 14 Marzo lo Stato del Papa» , per cui è indubbio che la rivoluzione isolana del ’48 sia riuscita a scuotere l’intera situazione politica italiana. Ottenuta la ritirata delle milizie regolari, il governo rivoluzionario siciliano vede salire al vertice politico Ruggero Settimo, «nato da’ principi di Fitalia in Palermo» , il quale porge la Corona di Sicilia al principe Alberto Amedeo di Savoia che, rifiutando l’offerta, sarebbe salito al trono con il titolo di Alberto Amedeo I di Sicilia .
L’obiettivo rivoluzionario di questo anno è senza dubbio l’indipendenza politica siciliana dal regno dei Borbone di Napoli: il nuovo governo, che vede vacante la carica regia ma che può contare su Settimo come Presidente del Regno, non disdegna l’idea «di una possibile adesione futura della Sicilia a un’auspicata Lega Italica; e questa era un’idea sulla quale, in verità, già nel 1835, come ricorda [...] Michele Amari nella prefazione del 1886 alla ‘Guerra del Vespro’ e anche il Gentile in quella sua infelice opera intitolata ‘Il tramonto della cultura siciliana’, l’attento e sagace genio di Domenico Scinà aveva espresso il suo giudizio negativo e premonitore, definendola ‘l’isterìa italica’. L’idea però [...] era anch’essa funzionale alla difesa degl’interessi storici dei Siciliani» . In questi anni di fronte comune degli Stati italiani nel pretendere l’entrata in vigore di una costituzione, «l’ipotesi di un patto federativo [...] non [può] essere scartata secondo ragione, e questo [è] il motivo più intrinseco e pratico per cui [comincia] ad essere condivisa sia da monarchici che da repubblicani, democratici, moderati e conservatori. Infatti il 20 gennaio 1848 [...] lo stesso comitato generale dell’insurrezione [esprime] il voto [...] di voler associare il destino della Nazione in un vincolo federativo perenne con gli altri Stati italiani» , pur restando ferma la piena indipendenza siciliana, come conferma l’Art. 2 della Costituzione Siciliana del 1848: «La Sicilia sarà sempre Stato indipendente. Il Re dei siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo sarà decaduto ‘ipso facto’. La sola accettazione di un altro principato o governo lo farà anche incorrere ‘ipso facto’ nella decadenza» . Viene dunque confermata la tradizione statuale siciliana – iniziata con i Normanni e ribadita con la guerra del Vespro – e in nome del costituzionalismo e della solidarietà con gli altri Stati italiani il governo siciliano adotta come bandiera il Tricolore, al cui interno, al centro della banda bianca, viene posta ancora una volta il triskelés siciliano. Lo stesso fanno gli altri Stati che riescono ad ottenere la carta costituzionale, inserendo nel drappo tricolore il relativo simbolo territoriale – come per il Leone di San Marco per la Repubblica Veneta, lo stemma dei Borbone per Napoli o il simbolo granducale per la Toscana.
L’illusione di una più duratura indipendenza siciliana svanisce quando le truppe borboniche riescono con la forza a riprendere il controllo dell'isola, appena sedici mesi dopo la ricostituzione del Regno di Sicilia, ovvero il 15 maggio 1849.



BIBLIOGRAFIA:

Micciarelli E., "Ruggero Settimo e la Sicilia", Edizioni 'Italia', 1848, Palermo

Orlando D., "Commentario storico sulla Costituzione Siciliana", Stamperia e Libreria di Antonio Muratori, 1848, Palermo

Perez F., "Funerali di Ruggero Settimo", a cura del Municipio di Palermo, 1863, Palermo

Turco N., "L'essenza della Questione Siciliana. Storia e diritto 1812-1983", CSSSS, 1983, Catania

http://cronologia.leonardo.it/storia/a1848l.htm

http://www.quirinale.it/qrnw/statico/simboli/tricolore/tricolore.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_indipendentista_siciliana_del_1848

http://it.wikipedia.org/wiki/Ruggero_Settimo





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13 agosto 2007

Il Fascio Littorio: cos'era in realtà?

Nella Roma antica, il Fascio non era il simbolo del mero potere romano, ma della giustizia punitiva di Roma. Il Fascio è composto da una serie di bastoni o verghe ed un'ascia: le verghe servivano per la tortura, per la fustigazione solo raramente fino alla morte del condannato, anche se, tuttavia, non vi era una limitazione legislativa sul numero di colpi, ma le ferite e i trumi riportati avrebbero aperto la strada ad ogni tipo d'infezione, emorraggie e ad uno shock che avrebbero comunque potuto portare alla morte del condannato dopo breve tempo; l'ascia serviva per la decapitazione. La condanna era attuata dai lictores, che accompagnavano i magistrati in ogni loro funzione e movimento pubblico. Nell'ordinamento militare, la battitura con verghe, fino alla morte, apparteneva alle punizioni militari più gravi, di cui parlano in maniera suggestiva autori come Plauto, Tacito, Prudenzio, Giuseppe Flavio, Eustazio, Apuleio, Stratonico, Tito Livio e Cicerone. La fustigazione era, comunque, considerata cosa lieve in confronto a ben più tremende torture con strumenti come il flagrum (con il quale fu fustigato Cristo, secondo le Scritture), il flagrum taxillatum, il plumbrum o il plumbata.
La punizione tramite questo tipo di torture restò in vigore (seppur in maniera sempre meno frequente) fino al V secolo d.C., sotto l'Imperatore Teodosio II.




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27 novembre 2006

Il Concilio Ecumenico di Nicea

Mai sentito parlare dei Concilii Ecumenici? Cosa furono? A cosa servirono?

I Concilii Ecumenici sono quei convegni che riunirono in sé esponenti più importanti delle Chiese d'Occidente e d'Oriente al fine di far luce comunitariamente sulle problematiche inerenti alla propria dottrina religiosa: il Cristianesimo. Qui accenneremo solo al primo, quello di Nicea, dei Concilii della Chiesa (sono in tutto otto quelli riconosciuti dalla Chiesa Romana e sette quelli riconosciuti dalla Chiesa d'Oriente).

L'Imperatore Costantino, dopo l'editto di Milano firmato da lui e dall'Imperatore orientale Licinio (o Liciniano) nel 313, rese il Cristianesimo religio licita, ovvero una religione non più fuori legge ma tollerata. Ciò non implica (almeno, non ancora) che Costantino o Licinio fossero cristiani (nonostante delle leggende parlino di un sogno di Costantino che raffigurava la Santa Croce, prima della sanguinosissima battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio e nonostante Eusebio di Cesarea parli di Costantino come un esempio lampante di cristianità), anzi, Costantino sembrava essere molto devoto al culto del Sole ed alla religione di stampo orientale di Mithra; solo in un secondo tempo delle fonti parlano di una conversione sincretica dell'Imperatore Costantino, fino al suo battesimo (sul letto di morte) del 337 da parte del Patriarca ariano di Costantinopoli Eusebio di Nicomedia. Costantino, dunque, non sarebbe stato battezzato con un rito ortodosso, ma ariano. Che vuol dire 'ariano'?
L'Arianesimo fu un movimento religioso promulgato dal presbitero alessandrino Ario, su idee trasmessegli da Paolo di Samosata ed altri teologi egiziani del III e IV secolo. Ario, intriso anche di idee neoplatoniche e medio-platoniche, asseriva che tra Padre, Figlio e Spirito Santo esistesse una gerarchia e che non avessero, quindi, tutti la stessa natura divina; il Figlio (ovvero il Logos di Dio) non sarebbe esistito ab aeterno come le Scritture ci comunicano, ma sarebbe stato creato solo in un tempo; l'incarnazione di Crsto, infine, non sarebbe che un 'riempimento' di un corpo senz'anima da parte del Logos.
Ario fu dapprima condannato come 'eretico' (da eiresis, scelta) da un sinodo tenutosi ad Alessandria e capeggiato dal Patriarca di Alessandria Alessandro. Ma per risolvere definitivamente la controversia (dato che non pochi seguaci stava portandosi dietro l'idea di Ario), l'Imperatore Costantino decretò l'apertura di un Concilio Ecumenico, nel 325, per risolvere la questione. Il Concilio si sarebbe tenuto a Nicea, nei pressi dei cantieri della neo-Bisanzio (dopo, Costantinopoli). Il fatto che il Concilio fosse stato convocato dall'Imperatore, testimonia quanto il potere centrale tenesse all'ordine pubblico che, evidentemente, doveva essere turbato da tali controversie. Ario, innanzi a 318 vescovi, fu ufficialmente dichiarato 'eretico', scomunicato ed esiliato. Costantino, forse sottovalutando il fenomeno dell'arianesimo, spinse molto dal canto suo per la condanna della dottrina ariana. Così, si gettarono le basi del Credo Cristiano (confermato ed ampliato successivamente nel Concilio di Costantinopoli del 381, sotto l'Imperatore Teodosio), che ancora oggi viene recitato durante la Celebrazione Eucaristica cattolica. Viene sancita la 'consustanzialità' tra Padre e Figlio (omousia).

Costantino, però, non aveva ben calcolato le dimensioni del fenomeno ariano che, soprattutto in Oriente, aveva preso un vasto numero di consensi. Ario, così, fu richiamato dall'esilio (anche sotto le pressioni di Eusebio di Nicomedia e con grandi proteste del Patriarca di Alessandria Atanasio) e fu riammesso nella comunità. Come accennato, Costantino stesso fu battezzato (secondo alcune fonti) da Eusebio di Nicomedia (nel frattempo fatto Patriarca di Costantinopoli dallo stesso Costantino) con il rito ariano, nel 338, sul suo letto di morte. L'Imperatore morirà nel 340, lasciando l'Impero nelle mani dei figli Costante (in Occidente, di religione ortodossa, ovvero seguace della dottrina di Nicea) e Costanzo II (in Oriente, ariano). L'Arianesimo, dunque, non si estinse con il Concilio niceno, ma, anzi, fu dichiarato religione di Stato nella Pars Orientis fino al regno dell'Imperatore Gioviano (363-378). L'Ortodossia tornerà prepotentemente ad essere l'unica religione di Stato permessa per via di legge con l'Imperatore Teodosio, salito al trono imperiale nel 379, con il quale, dopo la morte di Graziano (Imperatore d'Occidente, figlio di Valentiniano I) si tornerà ad un'unificazione dell'Impero Romano dal punto di vista politico e religioso, non senza traumi e disapprovazioni.




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Biografia

Laureato in Antropologia Culturale ed Etnologia specialistica, ha collaborato con diverse associazioni nei campi del turismo (e in particolar modo del turismo accessibile), delle attività sociali legate all’insegnamento (all’interno di un progetto comunale relativo alla legge 285/97) e della programmazione e organizzazione di attività culturali.

Ha aderito al programma di incontri organizzato dalla Fondazione Ignazio Buttitta e dall’Officina di Studi Medievali di Palermo sull’argomento Santi, santuari e pellegrinaggi, partecipando anche ai tre giorni di seminari programmati tra l’agosto e il settembre 2011 preso San Giuseppe Jato e San Cipirello.

Si interessa allo studio di simboli legati all’identità siciliana (quali il triskelés, i vessilli o le bandiere storiche) ma anche ai processi culturali e comunicativi che si sviluppano all’interno della società contemporanea.

Ha partecipato, con l'associazione ItiMed, alla raccolta di documentazioni e informazioni tramite sopralluoghi circa il censimento di alcuni dei santuari cristiani presenti sul territorio siciliano.

Autore di libri e racconti di narrativa. Ha partecipato all'edizione 2015 del Premio Letterario La Giara indetto dalla Rai.

Autore di presentazioni di testi di narrativa per la casa editrice Momenti.

Ha svolto mansioni di grafico pubblicitario presso la ditta Lo Bono Pubblicità & Comuncazione di Termini Imerese e presso la Tipografia dell'Università di Palermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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