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Diario


18 aprile 2011

La cruda arte della crocifissione

Qui non si ha alcuna volontà di giudicare come autentici degli enigmatici reperti come la Sindone, ma per descrivere come muoia un uomo crocifisso quest'ultima non può che essere tirata in ballo come documento straordinario su cui, ad ogni modo, la scienza non ha ancora trovato un accordo univoco, e non solo inerentemente alla datazione del lenzuolo funebre - il cui esame al carbonio 14 sembra poter essere messo in discussione a causa delle numerose superfetazioni e contatti cui la Sindone è stata sottoposta nei secoli - ma soprattutto sulle modalità con cui l'immagine di un uomo sia rimasta impressa come in un negativo fotografico sulla stoffa dello stesso lenzuolo funebre.
Chiedo scusa già adesso per la sinteticità con cui sono stati affrontati gli argomenti: spero riescano comunque a dare una visione d'insieme di ciò che un crocifisso, e in particolare un crocifisso come quello della Sindone e come lo stesso Gesù descritto dai Vangeli, era costretto a subire.

Non vi è dubbio alcuno che sulla Sindone vi sia l'immagine di un uomo morto in seguito ad una crocifissione. Ma sull'uomo non appaiono solo i segni dei chiodi con cui il corpo è stato fissato ai legni dello strumento di tortura e morte: appaiono anche evidenti segni di sevizie, e in particolare contusioni sul viso - setto nasale e zigomo fratturati, occhio pesto - e ferite di diverso tipo che vanno dalla testa alle gambe. Le ferite sulla testa sono riconducibili a qualcosa che avvolgeva l'intero capo del condannato, qualcosa fornita di punte che avrebbero perforato il cuoio capelluto e la fronte, recidendo delle arterie con conseguente copiosa fuoriuscita di sangue. I segni sul corpo sono invece riconducibili a strumenti di tortura tipicamente usati nell'ambiente legislativo romano, ovvero i cosiddetti flagelli (flagra), sorta di frustini ad un manico e più corde alle cui estremità si trovavano degli uncini metallici, capaci di scavare nel corpo di un uomo dei profondi solchi. Secondo il numero di colpi inferti, tale tortura poteva anche causare in sé la morte del condannato per dissanguamento o per infezione, anche dopo diversi giorni di sofferenze. Il flagrum non era un'arma che veniva usata abitualmente su componenti di ogni tipologia sociale: sembra che essa, insieme alle verghe e ad altri similari tipi di strumenti di tortura, fosse soprattutto adoperata sui criminali politici che fossero dei cittadini romani. Potremmo avere bene in mente l'immagine del Fascio Littorio, quello usato anche durante il ventennio fascista in Italia come simbolo del potere totalitario: esso è stato tratto proprio dai simboli giudiziari romani che implicavano, dunque, il rispetto della legge, pena la tortura o la morte. Il Fascio Littorio, infatti, non è altro che una serie di verghe legate tra loro con un'ascia per la decapitazione dei criminali politici romani: San Paolo, in quanto cittadino romano, fu proprio decapitato, non crocifisso.
L'uomo della Sindone, dunque, mostra già adesso importanti spunti di riflessione: come mai il suo corpo mostra lesioni da flagrum, tipici di condannati politici romani, ma anche lesioni da casco spinoso sulla testa, altra tortura della quale non si hanno tracce nel diritto romano e, per questo, risulterebbe inusuale che un condannato al flagrum e alla croce avesse anche subito tale ulteriore tortura. La croce, di contro, non era riservata che ai criminali sovversivi e ai ladri comuni. Essa era uno strumento altamente sofisticato, capace di dare un orribile spettacolo anche per del tempo prolungato. Rimase in vigore fino al V secolo d.C., sotto l'Imperatore di Costantinopoli Teodosio II. Essa era formata da due assi di legno, lo stipex e il patibulum: il primo era quello piantato a terra già prima dell'arrivo del condannato; il secondo era quello portato dal condannato stesso durante la via crucis, la 'via della croce', al quale veniva probabilmente legato con le braccia aperte in modo da lasciare il viso dell'uomo inerme innanzi alle probabili cadute, con conseguenti ulteriori gravi traumi. La crocifissione vera e propria avveniva con l'esposizione del corpo, completamente nudo - e quindi umiliato appositamente per ridurre a nulla non solo la persona fisica ma anche l'intimità umana del condannato -, e la sua affissione al legno per mezzo di lunghi chiodi metallici, piantati nei polsi - in cui si trova un'intercapedine ossea capace di sorreggere il peso corporeo - e nei piedi. L'uomo della Sindone mostra esattamente questi segni, e in più è possibile ravvisare il fatto che, durante il supplizio, un piede sia stato posto sopra l'altro e insieme furono uniti alla croce da un unico chiodo.
Come moriva un crocifisso? Moriva per soffocamento: per vivere il più a lungo possibile, il condannato avrebbe dovuto tirare in sù il proprio corpo facendo leva sulle ossa dei polsi e sui piedi chiodati, così da poter respirare tra inconcepibili sofferenze. Poteva probabilmente sorgere nel condannato l'atroce dilemma: soffrire indicibilmente ancora per poter vivere il più possibile, o lasciarsi andare e morire soffrendo il meno possibile?

Altra particolarità dell'uomo della Sindone è la ferita che appare sul suo costato destro. Si tratta di una ferita da lancia che, se il condannato fosse stato ancora vivo, lo avrebbe stroncato immediatamente. Il colpo da lancia, infatti, fu certamente inferto dopo la morte del crocifisso, e lo si nota abbastanza chiaramente dalla composizione del sangue fuoriuscito: l'impronta ematica sul lenzuolo evidenzia la separazione del materiale corpuscolare dal siero sanguigno, così da far scaturire dall'apertura del fianco una parte rossa distinta da una parte più chiara. Questo è chiamato in gergo 'sangue morto'. E' altresì plausibile che esso sia scaturito non dagli organi immediatamente prossimi alla ferita stessa ma dal cuore, il quale potrebbe aver subito un collasso ed aver provocato un allagamento sanguigno della cassa toracica, che perforata avrebbe poi immediatamente permesso al sangue 'morto' di fuoriuscire.
I capelli, la barba, il viso e tutto il resto del corpo sono intrisi di sangue, ma evitiamo di esprimere pareri su come l'immagine 'fotografica' sia rimasta impressa nel lenzuolo della Sindone, dato che è risultato impossibile, ad oggi, comprendere come la proiezione corporea di un uomo (e non la sua superficie estesa, che avrebbe dovuto rimanere impressa se il lenzuolo fosse stato direttamente a contatto con il cadavere) sia osservabile sul tessuto sindonico.

Il punto qui non è se la Sindone sia quella di Gesù Cristo oppure no. Il punto è che i cristiani credono che Cristo sia morto proprio tra queste orribili torture in seguito al totale annullamento della sua persona, dovuto ad un totale dono di se stesso. Chi qui scrive non è un teologo o un teorico delle Sacre Scritture, ma qualcuno che non può non rimanere colpito dalla predicazione di un simile Amore, un Amore che dà tutto, senza tenere nulla per sé e senza voler nulla in cambio. Le sofferenze patite, secondo i cristiani, da Gesù Cristo non possono non trovare stupore innanzi ad un documento controverso quanto stupefacente come la Sindone.





permalink | inviato da Laurentius il 18/4/2011 alle 16:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Biografia

Laureato in Antropologia Culturale ed Etnologia specialistica, ha collaborato con diverse associazioni nei campi del turismo (e in particolar modo del turismo accessibile), delle attività sociali legate all’insegnamento (all’interno di un progetto comunale relativo alla legge 285/97) e della programmazione e organizzazione di attività culturali.

Ha aderito al programma di incontri organizzato dalla Fondazione Ignazio Buttitta e dall’Officina di Studi Medievali di Palermo sull’argomento Santi, santuari e pellegrinaggi, partecipando anche ai tre giorni di seminari programmati tra l’agosto e il settembre 2011 preso San Giuseppe Jato e San Cipirello.

Si interessa allo studio di simboli legati all’identità siciliana (quali il triskelés, i vessilli o le bandiere storiche) ma anche ai processi culturali e comunicativi che si sviluppano all’interno della società contemporanea.

Ha partecipato, con l'associazione ItiMed, alla raccolta di documentazioni e informazioni tramite sopralluoghi circa il censimento di alcuni dei santuari cristiani presenti sul territorio siciliano.

Autore di libri e racconti di narrativa. Ha partecipato all'edizione 2015 del Premio Letterario La Giara indetto dalla Rai.

Autore di presentazioni di testi di narrativa per la casa editrice Momenti.

Ha svolto mansioni di grafico pubblicitario presso la ditta Lo Bono Pubblicità & Comuncazione di Termini Imerese e presso la Tipografia dell'Università di Palermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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