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Diario


5 dicembre 2010

L'osmosi mafia-Italia: breve excursus

L'osmosi mafia-Italia: breve excursus

 

     Si parla molto, in questi ultimi tempi, delle relazioni mafia-Stato, di cosa ci sia stato realmente dietro tutta quella serie di avvenimenti drammatici come le stragi di Capaci e di via D'Amelio, ma anche di Firenze, contornate da omicidi eccellenti come quello di Salvo Lima, insieme a clamorose successive catture quali quelle di Riina o Brusca. Tutto ciò sembra ormai appartenere alla storia e abbiamo poca cognizione del fatto che tali avvenimenti si siano verificati non in un indefinito passato che ormai non ci tocca più, ma solo meno di 20 anni fa.
     Sarà forse da alcuni considerato un difetto del sottoscritto, quello di voler a tutti i costi trovare una spiegazione che non sia fine a se stessa ma che segua una linea contestuale anche cronologica e storica, per la spiegazione del presente o di un qualsivoglia periodo storico, ma è proprio questo il fine che vorrei prefiggermi anche adesso. Tra la mafia e lo Stato italiano si parla di possibili accordi tra gli anni '80 e gli anni '90, ed è su questo periodo che si concentrano i processi ancora oggi in atto nell'intento di scoprire quali personalità fossero realmente implicate in un tale retroscena politico, ed è ovvio che ci si concentri su periodi di tempo relativamente recenti, dato che se volessimo scavare ancor più nel profondo troveremmo solo cadaveri, di uomini e politici loschi e ambigui forse, ma pur sempre ormai ben poco punibili perché defunti. Ma l'alleanza mafia-Stato italiano riguarda soltanto il ventennio degli anni '80-'90... o piuttosto è qualcosa che affonda le proprie radici in periodi di tempo ben più datati? Perché la mafia ha attecchito in territori quali la Sicilia, la Calabria, la Campania, la Puglia? Come mai sembra si tratti di qualcosa di inestirpabile, nonostante i vari e vittoriosi sbandieramenti susseguitisi nelle diverse epoche storiche italiane dall'unità fino ad oggi? Si tratta davvero di un fattore culturale, che implicherebbe il fatto che la 'mafiosità' sia un fattore endemico di determinate popolazioni come quelle dell'odierno sud-Italia? Eppure l'organizzazione fuori-legge, ovvero che esiste e compie le proprie azioni al di fuori della giurisdizione legislativa di uno Stato che a sua volta non tollera tale defezione, non esiste né è mai esistita soltanto in quei territori che siamo abituati a pensare come le 'patrie' della malavita organizzata, ovvero il sud-Italia, per l'appunto. Per questo appare improbabile indicare le popolazioni sud-italiane come 'antropologicamente delinquenti', per citare un discutibile antropologo al quale è per giunta stato dedicato un intero museo a Torino, proprio di recente: Cesare Lombroso.
     Siamo stati abituati, come siciliani, a credere di essere mafiosi inside, di appartenere ad un ceppo culturale (se non addirittura 'genetico') di dubbia moralità, quando è più probabile che fattori e concezioni culturali di un certo tipo (mi viene in mente, ad esempio, l'estrema importanza dell'onore personale) derivino da semplici stati e contesti di vita differenti rispetto a quella cultura che, dal di fuori, è venuta a giudicarci e a porre i propri parametri come gli unici Giusti e Veri, all’indomani dell’unità d’Italia.
     I territori resi italiani dai così detti 'Fratelli d'Italia' non hanno gradito più di tanto il cambio di signoria, a maggior ragione se consideriamo le varie e mai mantenute promesse garibaldine di rendere la Sicilia un territorio privo di latifondismo, quando per garantire il latifondo inglese furono perpretate orribili stragi come quella di Bronte, nel Catanese, ad opera del garibaldino Nino Bixio, a sua volta inviato proprio da Garibaldi. Lo stesso 'eroe dei due mondi' non ha avuto difficoltà ad affermare di aver arruolato nelle proprie file di camicie rosse assassini, tagliagole e feccia varia, gente che non avesse nulla da perdere ma tutto da guadagnare dalla spedizione che vedeva il Piemonte invadere la Sicilia sotto il controllo delle flotte di Sua Maestà Britannica, per estirpare alla radice il pericolo che l'allora Regno delle Due Sicilie avrebbe potuto procurare per l'economia ed i commerci inglesi nel Mediterraneo. L'allora debole e disgregata mafia agricola (il cui nome popolare in Sicilia era in realtà 'camorra', da cui deriva l'espressione di disapprovazione "Sì na camorrìa!", ovvero "Sei una scocciatura!": e da qui si nota già a priori la connotazione negativa del fenomeno mafioso anche dal punto di vista popolare) viene dunque a rimpinguare le file dei soldati dalle camicie rosse, e non mancherà di certo un adeguato compenso per questo importante apporto: la mafia agricola cessa di essere solo un pugno disorganizzato di despoti locali ed ha la possibilità, in seguito alla vittoria garibaldina (e quindi anche sua), di creare indisturbata una propria struttura, atta al guadagno sempre maggiore di cospicui capitali e, dunque, di potere, in seguito alla sempre più autorevole libertà di agire da parte del nuovo Stato italiano. La mafia diventa così una finta oppositrice da demonizzare, ed è così che lo Stato assume nello stesso momento una connotazione positiva: come la ricchezza non esisterebbe senza la povertà, la 'bontà' dello Stato, in territori come la Sicilia, non esisterebbe senza il 'cattivo' di turno, un 'BatMan' buono contro un ‘Joker’ cattivo: la mafia. Lo Stato italiano assume così a pieno titolo la veste di 'liberatore', di 'eroe' mitico apportatore di cosmos e vittorioso sul caos, secondo le più elementari formule dell'antropologia culturale.

     Molti portano come esempio dell’impegno antimafioso reale dell’Italia, in epoca fascista, l’invio in Sicilia da parte del regime del prefetto Cesare Mori, un uomo (che nonostante fosse agli ordini del Duce era un antifascista, ma comunque operativo poiché profondamente dèdito al servizio per lo Stato) che come pochi è riuscito a dare un colpo quasi letale all’organizzazione. Furono infatti emanati una serie di decreti restrittivi nei confronti dei mafiosi, con il conseguente esilio di tali personalità. Il successo di Mori è innegabile, ma proprio al momento di sferrare altre e definitive offensive alla mafia, ecco che una inattesa promozione lo sollevò improvvisamente dall’incarico. Cosa ancor più grave e radicale, sul finire della II Guerra Mondiale la SuperSIM (un alter-ego del SIM fascista, ovvero il Servizio Informazioni Militari: i servizi segreti italiani) partecipò attivamente alla ripresa in causa della mafia, con la collaborazione attiva degli Alleati anglo-americani, al fine di togliere finalmente di mezzo Mussolini e porre le condizioni della fine della guerra, con il beneplacito di alte personalità della Casa Savoia quali Aimone d’Aosta, la principessa Maria José o lo stesso Vittorio Emanuele III. Fu così che, con la conquista della Sicilia da parte degli Alleati, vennero posti nei luoghi delle istituzioni, rimasti vacanti, numerose personalità mafiose di spicco, al fine di tenere a bada, per conto della ‘nuova Italia’ in atto di costituzione e degli stessi anglo-americani, la popolazione siciliana in subbuglio che addirittura rivendicava l’indipendenza politica dalla stessa Italia. La mafia viene dunque reintrodotta a pieno titolo e in maniera del tutto semplicistica, con il suo conseguente e quasi immediato rinvigorimento.

     Il resto è storia recente. I luttuosi avvenimenti degli anni ’70, degli anni ’80 e degli inizi degli anni ’90 sono un chiaro segnale di come la mafia sia stata protagonista nella storia della Sicilia e dell’Italia proprio a causa di determinate e mirate scelte politiche da parte dello stesso Stato, e ciò quindi non implica una ‘naturale mafiosità’ della popolazione siciliana che sarebbe refrattaria ad ogni tipo di disposizione legislativa ufficiale e ‘calata dall’alto’. Colpa dei siciliani, casomai, è la loro ingenuità del credere alle versioni ufficiali di determinati fatti che inducono a dare uno sguardo solo sommario sul fenomeno mafioso, inquadrato come qualcosa che esiste senza una reale motivazione. Mafia e Sicilia diventano dunque un’accoppiata inscindibile anche per i siciliani che, disgustati dal loro essere endemicamente mafiosi (così convinti dall’informazione ufficiale nazionale), immaginano un ‘Nuovo Mondo’ e una ‘Nuova Vita’ in contesti socio-culturali ben lontani dalla realtà in cui adesso si trovano, piuttosto che operare affinché venga definitivamente alla luce il motivo per cui la Sicilia si trova oggi in una tale situazione in cui la mafia riesce a fare da padrona incontrastata da circa un secolo e mezzo. La rassegnazione dei siciliani diventa dunque il vero nemico contro cui combattere, prima ancora della mafia stessa. Ma non esistendo alcuna ‘agenzia culturale’ (nome dato dalla sociologa Loredana Sciolla a tutti quegli organi che hanno l’autorità di creare una cultura istituzionalizzata, come i mass media, le scuole o altri organi minori) che abbia la possibilità di parlare in maniera ufficiale di determinati e scottanti argomenti, l’opinione comune su di essi rimane costantemente la stessa, salvo sacche di resistenza troppo esigue (che si rivolgono ad altri tipi di agenzie culturali, come i testi scritti e non pubblicizzati ma che riportano documentazioni dimostrative delle loro affermazioni, o internet) per poter pensare che possano causare danni a ciò che la maggior parte della popolazione ritiene sia la versione corretta di determinati fatti.

     Se, dunque, la mafia esiste perché esiste lo Stato, il vero nemico è lo Stato, se permette alla mafia di sussistere affinché esso appaia come la componente positiva su cui il cittadino può far affidamento. La mafia fungerebbe quindi da rimando affinché l’idea di Italia rimanga ‘santa’ e ‘giusta’, come oppositrice eroica del grande male mafioso. È per questo motivo che, tornando ai processi in corso sulle congiunzioni mafia-Stato, non si può non reputare come una farsa tutto lo scandalo che le istituzioni politiche e giudiziarie mostrano quando se ne parla.




"La Mafia, come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita, in Sicilia. La mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia” (Rocco Chinnici, magistrato ucciso dalla Mafia).




permalink | inviato da Laurentius il 5/12/2010 alle 15:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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Biografia

Laureato in Antropologia Culturale ed Etnologia specialistica, ha collaborato con diverse associazioni nei campi del turismo (e in particolar modo del turismo accessibile), delle attività sociali legate all’insegnamento (all’interno di un progetto comunale relativo alla legge 285/97) e della programmazione e organizzazione di attività culturali.

Ha aderito al programma di incontri organizzato dalla Fondazione Ignazio Buttitta e dall’Officina di Studi Medievali di Palermo sull’argomento Santi, santuari e pellegrinaggi, partecipando anche ai tre giorni di seminari programmati tra l’agosto e il settembre 2011 preso San Giuseppe Jato e San Cipirello.

Si interessa allo studio di simboli legati all’identità siciliana (quali il triskelés, i vessilli o le bandiere storiche) ma anche ai processi culturali e comunicativi che si sviluppano all’interno della società contemporanea.

Ha partecipato, con l'associazione ItiMed, alla raccolta di documentazioni e informazioni tramite sopralluoghi circa il censimento di alcuni dei santuari cristiani presenti sul territorio siciliano.

Autore di libri e racconti di narrativa. Ha partecipato all'edizione 2015 del Premio Letterario La Giara indetto dalla Rai.

Autore di presentazioni di testi di narrativa per la casa editrice Momenti.

Ha svolto mansioni di grafico pubblicitario presso la ditta Lo Bono Pubblicità & Comuncazione di Termini Imerese e presso la Tipografia dell'Università di Palermo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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